Il Palio di Castel del Piano tra storia e leggenda

 

Ogni anno, l'8 settembre, natività di Maria Vergine, si corre il Palio di Castel del Piano.

La competizione si svolge nella centralissima Piazza Garibaldi, detta anche delle "Storte" o "Tonda", che per i suoi caratteristici  livelli sfalsati, a modello del Campo di Siena, è quanto mai adatta alla spettacolarità dell'avvenimento.

La festa, che richiama migliaia di persone, ha origini antichissime, che risalgono alla "Fiera di merci e bestiame" del 9 settembre 1402, concessa dalla Repubblica di Siena che aveva conquistato il paese nel 1331. Le prime "carriere" iniziarono proprio in quel periodo con le sfide dei mercanti e barrocciai accorsi per la grande Fiera, così come ipotizzato dall'illustre storico, Accademico dei Georgofili, Ildebrando Imberciadori.

Dagli ultimi studi la data di nascita del Palio delle Contrade può essere fatta risalire alla Adunanza del 14 luglio 1765 della Deputazione della S. Madonna delle Grazie. "Fu determinato farsi un Palio di valore circa quindici scudi da giuocarsi alla corsa di cavalli quando potrà riuscire nelle storte”.

Dopo il 1771, le carriere nel quadro delle festività castelpianesi, continuarono per tutto l'800 ed i primi del novecento. Nel dopoguerra proseguirono le corse nella storica Piazza Garibaldi, con gare a premi ma senza Contrade, Comunità e Comuni. Nel 1967, infine, fu decisa una radicale trasformazione delle corse dei Cavalli in "Palio delle Contrade", con la suddivisione del Comune in quattro Contrade, scelte per affinità di territorio e tradizionali divisioni in rioni.

Così, l'8 settembre 1968, fu corso il primo Palio dell'era moderna, tra le Contrade di Borgo, Monumento, Poggio e Storte.

Per la cronaca, si è aggiudicato l'ultima edizione del Palio di Castel del Piano la Contrada Borgo, che ha trionfato con il fantino Manolo Deiana, detto Ciclone, e la cavalla Sharp Blue.

Susanna Pioli

 


personaggi

IL PIÙ' IMPORTANTE

l'immagine di un uomo è l'immagine della maremma

 

         In tante fiere turistiche o equestri o anche in qualche ufficio pubblico della Toscana, non è improbabile trovare esposti magnifici poster della nostra Maremma. Questo ci riempie di orgoglio, soprattutto se siamo "uomini di cavalli", poiché, anche se spesso le amministrazioni locali lo dimenticano, il cavallo e i butteri sono l'immagine stessa della Maremma.

         Quella più ricorrente è il manifesto di un buttero che attraversa galoppando sul suo grigio una zona umida tipica della Maremma. Ogni "maremmano di cavalli" si identifica in quell'immagine, e viene facile chiedersi "perché proprio lui"?

         Io una risposta me la sono data tanto tempo fa, quando da ragazzo ho conosciuto Italo Molinari, classe 1918 (l'uomo immagine), allora capo buttero dell'azienda di Alberese, responsabile degli allevamenti bovini ed equini.

         Riflettendo davanti a quel poster l'ho subito riconosciuto: era lui l'uomo tanto invidiato, quello che secondo me aveva avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto; furono sufficienti pochi minuti per capire che se si trovava lì non era un caso, ma merito delle sue grandi capacità. Questa intuizione non bastò a farmelo conoscere, ma successivamente, prendendo un po' di confidenza con lui ho avuto l'occasione di conoscere bene l'uomo più che il buttero. Così ebbi modo di capire che quello non era il suo mestiere, ma una scelta di vita, nella quale aveva creduto, tanto da evolversi e divenire molto più di un buttero. Italo, oltre ad essere una vera e propria enciclopedia vivente per tutto ciò che riguarda il mondo dei butteri e le tradizioni ad esso legate, è, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi, un vero e proprio uomo di cavalli. E’ in grado di vestire i panni dell'esperto bestiaio e quelli dell'esperto di equitazione con la stessa disinvoltura, capace con uno sguardo di capire con grande professionalità il cavallo con buona attitudine per il salto piuttosto che altro, o con la stessa capacità riconoscere un buon cavaliere da uno mediocre, qualsiasi disciplina esso pratichi. Questo lo ha portato a frequentare gli ambienti più importanti dell'equitazione, così che parlare di Italo come buttero è sicuramente riduttivo.

         Ho avuto la fortuna in questi ultimi dieci anni di frequentarlo spesso per il nostro comune impegno all'interno dell'Associazione Butteri della Maremma, della quale Italo è presidente da sempre. Certo in questi anni sono cambiate molte cose, soprattutto per il suo fisico. Ha avuto gravi problemi di salute, ha subito un serio intervento chirurgico, ma non è cambiato come uomo. Anzi, anzi se ce ne fosse stato bisogno tutto questo avrebbe addirittura rafforzato la sua immagine. Quando ci sono stati gravi problemi all'interno del nostro gruppo, visti i disagi fisici e un'età nella quale la maggior parte delle persone preferisce riposarsi, avrebbe potuto farsi da parte e far preoccupare gli altri. Invece si è fatto carico di tutto, dicendo che spettava a lui rimediare, ed è soprattutto grazie a lui che questo gruppo ancora vive. Certo ha dovuto operare gravi scelte, ma ha avuto come sempre la necessaria forza per farle.

         Queste poche righe non bastano certo a descrivere Italo Molinari, che è, meritatamente, diventato il più importante, l'uomo immagine della Maremma.

         Quando vedrete di nuovo quel manifesto, soffermatevi un attimo, e provate ad entrarci con la vostra fantasia; se sentirete un brivido, allora forse potrete comprendere meglio ciò che intendo dire.

                                    Maurizio Piccini


 

 


personaggi

Giovanni Travagliati: quasi cento anni di Maremma!

Tra poco avrà 90 anni ed è già prevista una grande festa. Intanto, Giovanni sta già pensando al 17 gennaio, quando, naturalmente in sella ad uno dei cavalli che alleva insieme a suo figlio Paolo, guiderà su per la collina fino alla fattoria dei Principi Corsini, tutti i cavalieri che non mancheranno di partecipare alla festa in onore di S. Antonio Abate, patrono degli animali.

Travagliati, o meglio Giovanni, vive a Marsiliana fin dal 1936 ed è il più anziano buttero della Maremma toscana. Le sue giornate scorrono serene e piene di cose da fare, la preferita resta naturalmente custodire i suoi amatissimi cavalli, poi cura l'orto e gli altri animali domestici, senza dimenticarsi di curare l'uliveto che si trova proprio sotto la dimora dei Principi Corsini. E non passa giorno che, a Marsiliana, non capiti qualcuno in cerca di Giovanni per salutarlo da vecchio amico o per farsi raccontare di vecchie storie di Maremma.

"Anche le maestre delle scuole elementari di Marsiliana mi hanno chiamato per raccontare la mia storia ai bambini", ci racconta con una punta di orgoglio il vecchio buttero o meglio, bestiaio, come si chiamava quando correva su e giù per la tenuta del Principe. "Quando arrivai qui, avevo poco più di venti anni e con la mia esperienza di bestiaio fui subito preso a ben volere dal Principe Tommaso. Allora la tenuta contava più di 8.000 ettari di boschi e fonde e ci pascolavano, allo stato brado, 1.000 vacche e più di 200 buoi da lavoro. Si vede che lavoravo bene, così divenni quasi subito capo bestiaio, e sono rimasto con loro per cinquanta anni. Quando sono smontato da cavallo, dopo una vita passata dietro la coda di vacche e cavalli, ero già troppo vecchio per prendere la patente"!

Giovanni ha una memoria ferrea, come è buona del resto la sua salute e vivaci e scanzonati i suoi piccoli occhi azzurri, custodi, tutt'altro che gelosi, della vita in Maremma di un tempo. "Tre volte mi hanno puntato il fucile: i briganti, i militari e i bracconieri"; e poi racconta la storia di quell'ultimo brigante, un certo Mariotti, che incontrò nella macchia nel 1940. Ma le storie del piccolo uomo (ma anche Tiburzi lo era) sono tantissime, e guai ad innescare la spina perché, di certo, una sera di veglia non basterebbe per conoscerle tutte. "Quando, nel 1936, incominciai a lavorare per i Corsini prendevo 9 lire al giorno e il Principe ci passava i cosciali, gli stivali e i cavalli e io, quando diventai capo buttero, ne avevo sette solo per me! Mi ricordo di tante storie di animali, specialmente dei cavalli, che ho domato, ma anche di buoi e vacche. Pensi che la mia vacca preferita era la n° 7 che chiamavo "vacca d'oro" perché, in cinque figliature mi aveva partorito 9 vitelli"!

Travagliati è stato pure guardiacaccia e primo presidente dell'Associazione Butteri della Maremma, poi passò l'«uncino» a Italo Molinari dell'Uccellina.

Oggi, Giovanni va ancora nel bosco a cercare il corniolo per fare i suoi uncini, sui quali incide poi le sue iniziali, e per chi ama la Maremma, averne in casa uno significa molto di più di un semplice pezzo di legno intagliato!

Antonella Monti

 


 

A. M. A.

"Raglio d'asino non va in cielo"

Eppure questo animale è stato più volte a diretto contatto con profeti diversi.

Non solo nella povera stalla dove nacque Gesù, o durante la fuga in Egitto, e ancora con l'entrata in Gerusalemme il giorno delle palme, ma anche il profeta Maometto, in un dipinto conservato al Topkapi di Istanbul, si presenta alle forze musulmane a dorso di un asino bigio per persuaderle ad attaccare i pagani a Medina con l'impiego di cavalli arabi e del loro tipo di cavalcatura, più leggero e rapido dei nemici. Tutto ciò ha consentito d'immortalare la figura dell'asino slegandolo dal cliché della bestia stupida, anche se solo in parte.

In fondo la sua immagine è stata influenzata soprattutto dal confronto con il suo parente «ricco», il cavallo. L'uomo ha spesso preferito evidenziarne gli aspetti meno belli quali le orecchie sproporzionate, la testa grossolana, il raglio, l'ostinazione. Eppure questo equino, originario del continente africano e diffuso in tutto il mondo, ha avuto una enorme importanza per l'umanità come animale da lavoro e come mezzo di trasporto, proprio grazie alle sue caratteristiche di pazienza, sobrietà, resistenza alla fatica, economicità.

Sulla sua riconosciuta intelligenza ricordo una favoletta di Fedro: Un vecchio e timoroso pastore stava pascolando il suo asinello. All'improvviso, terrorizzato dal rumore di persone nemiche, cercava di indurre l'asino a fuggire, per non essere presi. E quello lentamente: "Scusa, tu pensi che chi mi cattura m'inporrà due basti?".Il vecchio disse di no."E allora cosa m'importa chi debba servire, finché devo portare il solito basto?".

Personalmente mi sento molto in simbiosi con questi animali, al punto che, dopo averli conosciuti da ragazzo (molti avevano una volta un asino) e pressato da mia moglie, amante di fiori e giardini, che desiderava avere concime fresco per i suoi fiori, già da qualche anno mi avvalgo della loro collaborazione nella mia attività turistica all'Isola del Giglio. La mobilità con asini, tradizionale nella nostra isola, costituisce ancora oggi l'unico mezzo di trasporto per la maggior parte del territorio, non essendo percorso da strade asfaltate. Andare per i sentieri dell'isola in compagnia di asini permette non solo belle passeggiate botaniche, ma principalmente di godere di quel connubio tra animale, uomo, cielo, mare, bosco e trifoglio, che tanto hanno contato nella spensierata gioia di vivere che ancora oggi si ritrova nelle canzoni popolari gigliesi, quantunque una volta la povertà fosse di tutti i giorni.

Di norma muoversi con asini non è come il trekking a cavallo. Nelle passeggiate l'asino trasporta masserizie e persone e spesso deve essere condotto da un palafreniere che si alterna con il cavaliere. Ciò vale a dire che in media un asino durante una passeggiata può assecondare da 2 a 4 persone. Andare in asino in un'isola come il Giglio (come d'altronde ancor oggi in molte isole greche) va considerato "con asino", non solo "su asino".

Gli ospiti che fanno escursioni con asini, restano così piacevolmente sorpresi dalla disponibilità dell'animale e dal rapporto di amicizia che scaturisce con lui, da telefonare, una volta partiti, sincerandosi sul buon andamento del «loro» asino, ripromettendosi di tornare alla prima occasione, avvisando anche gli amici della bella e piacevole esperienza vissuta. Quindi, con il costante ritorno e rinnovo di ospiti, un indubbio beneficio per il fieno dell'asino e del suo allevatore.

                   Federigo Pardini

 


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ipotesi di storia del cavallo maremmano

Quando, con il generale Conforti, scrivemmo il libro sul cavallo maremmano privilegiammo soprattutto la storia degli ultimi due secoli, ottocento e novecento.

Sapevamo che avremmo lasciato il forte interrogativo: «da dove venivano?» Ma la scelta era dettata da premure contingenti: da tempo si ventilava l'idea di costituire un libro genealogico, indirizzammo quindi la ricerca nella direzione di offrire documentazioni per le scelte future.

Poi avvennero fatti nuovi: io per questioni personali mi allontanai dal cammino della ricerca, inoltre alcune scelte di chi si incaricò di proseguire l'iter burocratico per costituire il libro genealogico, mi convinsero ulteriormente ad estraniarmi, e così fu per altri allevatori storici.

E' passato un quarto di secolo, ora con più serenità posso accingermi a proseguire l'opera iniziata trenta anni fa.

L'occasione mi é offerta dal nostro Notiziario, intendo quindi continuare la storia del cavallo maremmano, per ipotesi (o "ippotèsi") bandendo certezze e aprendo la mente ad intuizioni o supposizioni. Quante volte gli storici arrivano alla verità per supposizioni, pensiamo ad esempio alla scoperta dalle mura di Troia.

Una cosa mi ha sempre incuriosita: da dove venisse quel forte accento montonino, di certe razzette maremmane giunte fino a noi. Scartate le ipotesi dei cavalli berberi, alcuni cavalli spagnoli dei presidi ecc. ecc., rimane il fascino dei cavalli nordici: ma come arrivarono e come sopravvisse, in molte razzette, nonostante i secolari meticciamenti, il montonino?

Dobbiamo quindi partire dalla storia umana, per arrivare ai nostri cavalli.

Una data, un luogo, un fatto, potrebbero essere l'inizio della forte impronta dei cavalli nordici sulle orientaleggianti razzette indigene etrusche e post etrusche.

La data: 225 a.c. Il luogo: le colline, le valli, le pianure, le paludi intorno a Talamone, dall'Osa all'Albegna, zona chiamata poi dagli antichi cronisti Camporegio. Il fatto: la terribile battaglia tra Celti e Romani.

Narra lo storico greco Polibio, che a sua volta aveva conosciuto le note belliche di Fabio Pittore, che nella battaglia di Talamonaccio (Camporegio) si scontrarono 50.000 fanti e 20.000 cavalli Celti contro 250.000 fanti e 23.000 cavalli romani. Una battaglia tremenda: i morti furono migliaia, ammucchiati in grandi pire e bruciati, uomini e cavalli insieme.

Il mio interrogativo è questo: quanti cavalli della cavalleria celtica sopravvissero e che fine fecero?

Una prima ipotesi: che molti cavalli, terrorizzati dalla battaglia, si lanciassero scossi nella foresta circostante.

Una seconda ipotesi: che i romani, scelti i migliori, lasciassero agli abitanti locali, che avessero collaborato, il resto.

I cavalli celti avevano molte delle caratteristiche che troveremo poi, nei secoli successivi nei nostri cavalli: profilo montonino, arti e piedi robusti, mantelli dal sauro al baio.

Che questa battaglia sia stata uno dei grandi scontri dell'antichità lo dimostrano le attenzioni, che, oltre Polibio, Plutarco, Livio, Diodoro fino a Plinio misero, nel narrare quel tremendo scontro.

Diremmo oggi: dallo scontro alla contaminazione.

Narreremo, in successive occasioni, altri grandi avvenimenti storici che coinvolsero la nostra terra, stranamente tenuta così fuori dalla storia "ufficiale".

Forse anche per questo, perché no, a una terra dimenticata si addicono cavalli dimenticati.

Noi con pazienza, con umiltà, ma con determinazione, cercheremo di dimostrare (sempre per ippotèsi s'intende) come sia antica e nobile la storia dei nostri cavalli.

Al prossimo appuntamento, verso l'alto medio evo in Maremma.

                          Anna Maria Spada.

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alta maremma

a cura di Alessandro Benedettini

 

 

Il personaggio

Piccolo grande Petrucci

Il mito di questo buttero nasce con la prima caduta. A tre anni

Francesco Basville

 

Mario non avrebbe bisogno di presentazioni.

Nato a Cisterna di Latina nel 1912, figlio d’arte (il padre era massaro, equivalente del capo buttero, nell’azienda Graziosi nell’Agro Pontino), ebbe il suo primo infortunio "sul lavoro" a 3 anni: il padre lo mise in groppa ad un somaro, l’animale scartò e Mario cadde a terra e si ruppe un braccio. Nella Maremma di quei tempi la fanciullezza non esisteva, gli unici giochi consistevano nel provare la propria abilità nell’uso della “lacciara”, esercitandosi su tutto ciò che si muoveva, pecore, maiali o galline. La vita era una lotta quotidiana e se volevi emergere dovevi guadagnartelo sulla tua pelle; fare il buttero voleva dire essere uomo di fiducia del padrone, ti evitava lavori più faticosi e ti permetteva di salire qualche gradino nella scala sociale.

A 13 anni faceva il buttero a mezza giornata, e mentre stava montando un puledro che lo aveva disarcionato altre volte, il padre aprì il cancello del tondino, il puledro uscì nel piazzale sgroppando e lo disarcionò, facendogli battere la testa su di una catasta di legna. Rimase a terra tramortito; fortunatamente tutto si risolse con un paio di giorni di letto, ma l'episodio mette in risalto quanto fosse importante per un genitore che un figlio imparasse a cavarsela da solo quanto prima, anche a spese della propria incolumità.

Nel '29, durante il trasferimento di una mandria da un’azienda ad un’altra, trovatosi quasi chiuso tra la recinzione ed un carro, venne caricato dal toro, che infilzò il cavallo sotto la pancia e prese lui sullo stivale, facendolo volare in aria; riuscì a salvarsi rifugiandosi sotto il carro, per il cavallo non ci fu scampo.

Nel frattempo era iniziata la colossale opera di bonifica delle Paludi Pontine che portò all’esproprio e all’appoderamento di numerose aziende ed alla scomparsa di molti allevamenti; così nel 1932 venne assunto dall’Opera Nazionale Combattenti che effettuava le bonifiche e gestiva diverse aziende in tutta Italia, e nel '34 seguì lo zio Mariano Molinari ed il bestiame dall’Agro Pontino all’azienda di Alberese. Da quella data fino alla pensione vi prestò servizio.

Per la necessità e l’urgenza di consegnare il bestiame domato ai numerosi mezzadri passava giornate nei "rimessini" ad "allacciare" torelli e manze per consegnarli ai "bifolcini" per la doma, oppure montava tre puledri al giorno, uno al mattino, uno prima di pranzo ed uno nel pomeriggio perché dovevano essere domati al più presto per soddisfare la richiesta di cavalli da lavoro per i fattori ed i tirocinanti aziendali.

La sveltezza e la prontezza di riflessi erano fondamentali per evitare situazioni pericolose o imbarazzanti, come quella volta che nel tondino uno stallone lo disarcionò, lo prese per un polpaccio e lo trascinò per due giri; fortunosamente gli si sfilò lo stivale e riuscì a salvarsi passando sotto le filagne.

Nel '38 dovette portare un gruppo di manze da Alberese a Durazzo, in Albania, nell’azienda locale dell’ONC, con il treno fino a Bari e poi in nave a Durazzo; qui, mentre si effettuavano le fasi di scarico del bestiame, si ruppe la fune che teneva una manza, Mario, che assisteva alla scena, prevedendo quello che sarebbe accaduto, con una fune riuscì a fare una cappia appena in tempo per tirarla alla manza, che già aveva spiccato un balzo dalla nave verso la banchina del porto, riuscì ad allacciarla per le corna al volo e fu così scaricata senza conseguenze per nessuno.

Ogni manifestazione di butteri era occasione per dimostrare la destrezza sua e del cavallo, come nel '47 a Verona insieme ai butteri del Posto Raccolta Quadrupedi, salì con il cavallo tutti i gradini dell’Arena; il problema si presentò nella discesa, ma per dimostrare di non aver paura lo fece stando a cavallo (chi è stato sugli ultimi gradini dell’Arena sa che effetto fa scenderli a piedi, immaginiamoci a cavallo).

A Bari, nello spettacolo serale fece entusiasmare il numeroso pubblico con le evoluzioni della cavalla Ortica che, non volendone sapere di essere inquadrata dalla luce del riflettore, mise a dura prova le capacità dell’operatore perché con salti e scarti evitava sempre il fascio di luce, e Mario sopra, incollato alla sella, che rideva.


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Benedetti cavalli

Antonella Monti

Ci sono santi per tutti i gusti o, se vogliamo, alcuni sono “meglio piazzati" in un’ipotetica scala gerarchica e altri, invece meno, ma non per questo sono altrettanto amati: vedi il santo protettore degli animali e della vita agreste, S. Antonio Abate!

Il Santo, la cui immaginetta si trovava appesa (ma la si ritrova tutt’oggi) in ogni stalla, si festeggia il 17 gennaio e questa data continua ad essere considerata giorno di festa soprattutto in Maremma, per antonomasia ancora terra di uomini ed animali. E dunque S. Antonio Abate si festeggia in molti paesi della Maremma tosco-laziale come, fra gli altri a Tarquinia, a Magliano in Toscana, a Fonteblanda, ad Albinia, Capalbio e a Marsiliana, dove non è mai successo che tale festa si spostasse ai giorni festivi o per motivi di brutto tempo.

In questa edizione 1999, il 17 gennaio è caduto di domenica e questo ha fatto affluire, nel borgo del comune di Manciano, più visitatori anche se come negli anni precedenti, i cavalieri sono stati più di ottanta, molti dei quali in sella fin dalle prime ore della mattina per giungere in tempo a Marsiliana e accodarsi alla processione che anticipa la S. Messa nel corso della quale verranno poi benedetti tutti gli animali presenti. E non solo maremmani sono stati i cavalieri presenti, perché come succede ormai da decenni, molti “affezionati di Maremma” fra cui prevalentemente fiorentini e romani - quelli per intenderci che in Maremma vengono per le vacanze in sella - una volta assistito ad un S. Antonio Abate a Marsiliana, trovano sempre il modo per non mancare negli anni successivi.

I cavalli dunque sono da sempre protagonisti della festa del 17 gennaio a Marsiliana, dove i visitatori arrivano più che in altre località attratti dalla spontaneità e dal fervore religioso della particolarissima occasione ma anche dalla suggestione che la stessa continua ad esercitare in una terra dove, fino a non troppi anni fa, la buona salute degli animali da lavoro determinava la sussistenza di intere famiglie di mezzadri e bestiai. E a montare gli ottanta cavalli di questa versione 1999, si sono ritrovati molti butteri, alcuni cavalcanti del Capalbiese e ancora molti “stranieri” arrivati anche dai maneggi e agriturismi locali e poi....

A Marsiliana vive il buttero più anziano, quel Giovanni Travagliati che, con i suoi 90 anni, ancora aspetta con ansia S.Antonio Abate per mettersi in testa (naturalmente in sella) alla lunga fila di cavalieri e amazzoni che diligentemente lo seguono su per la collina fin sotto la dimora dei principi Corsini. Alla Sacra Funzione, officiata da Don Stefano, i cavalieri assistono disponendosi a ventaglio intorno all’altare improvvisato all’aperto e al momento della benedizione i butteri alzano in aria il loro uncino e si tolgono il cappello per omaggiare quel santo forse umile, ma a cui si affidano sempre quando la salute dei loro animali lascia a desiderare.


 

PAGINA 14

 

Veterinaria

"Eva", malattia politica?

Un convegno rilancia la polemica che coinvolge strutture

sanitarie e allevatori sull'arterite virale degli equini

Lorenzo Selva (Veterinario U.N.I.R.E.)

 

La nascita dell'Euro, la creazione del mercato unico europeo, la caduta delle dogane tra gli Stati membri dell'U.E. per merito degli accordi di Schengen, sono tutte occasioni che mirano ad una effettiva integrazione europea, che si realizza con l'armonizzazione delle norme e delle regole. La necessità di una rapida integrazione è molto sentita dal mondo dell'ippica che pretende sempre di più una caduta degli ostacoli che impediscono la libera circolazione dei cavalli sportivi e che permette agli allevatori di accedere al patrimonio genetico di importanti stalloni allevati in Europa e nel mondo. Ad una politica liberista si è sempre contrapposta in Italia - complice un Regolamento Veterinario "archeologico" - una politica protezionista che ha lo scopo - per i suoi fautori - di tutelare il patrimonio ippico nazionale.

Una delle occasioni più frequentemente usate dai "protezionisti" è quella di innalzare - spesso pretestuosamente - barriere di tipo tecnico (anche di tipo sanitario) che hanno lo scopo di impedire la libera circolazione degli animali e creare delle nicchie di mercato chiuse. E' da qualche anno che in Italia esiste una vivace discussione sull'importanza e sul grado di pericolosità dell'arterite virale equina - un'infezione virale che provoca lievi manifestazioni respiratorie e talvolta aborto, ma che nella maggior parte dei casi è del tutto asintomatica.

L'U.N.I.R.E. nel 1992 ha svolto un'indagine epidemiologica su tutti gli stalloni riproduttori iscritti nei libri genealogici del trotto, del galoppo e dell'E.N.C.I., rilevando dei dati sorprendenti: circa il 30% degli stalloni in Italia risulta sieropositivo, ha cioè subito l'infezione senza manifestare i tipici segni clinici e conserva gli anticorpi contro questo virus. Per alcune categorie sportive, come il cavallo trottatore, tale percentuale raggiungeva il 90%.

Le Autorità Sanitarie sollevarono allora il caso e con un'ordinanza ministeriale introdussero un piano nazionale di controllo dell'arterite virale, che ha causato le vivaci proteste degli allevatori, i quali vedevano penalizzate le loro possibilità di acquistare stalloni di alto valore genetico provenienti da paesi europei o dagli USA, dove questa "malattia" viene giudicata in maniera molto meno severa. I severi controlli italiani danneggiano un settore - come quello del trotto - che ha raggiunto una qualità e una spettacolarità con risultati eccezionali. Inoltre tali controlli sono in netta contraddizione con la normativa comunitaria che non considera l'EVA (arterite virale equina) un'infezione importante, per la quale prevedere l'obbligo di denuncia alle Autorità Sanitarie.

Oggi questo problema si ripresenta in Sardegna: fino al 1997 il patrimonio equino dell'isola risultava quasi indenne dalla presenza di questo virus. Alla fine dell'anno indagini routinarie evidenziarono una forte percentuale di animali sieropositivi all'infezione. Cosa fare? Le autorità sanitarie regionali hanno imposto - come al solito in questi casi - un piano di controllo rigido e restrittivo, che ha già determinato e determinerà, quasi sicuramente, uno sviluppo assai ridotto della crescita del patrimonio genetico dei cavalli riproduttori in Sardegna. Un danno che si trasferisce inevitabilmente sulle tasche e sui bilanci degli allevatori sardi.

Durante la giornata di aggiornamento scientifico organizzata a Sassari lo scorso dicembre, sono stati ascoltati anche altri pareri: il prof. Timoney, del Kentucky, autorità scientifica mondiale in materia di EVA, che propone per l'Europa, come è stata introdotta da anni negli USA, la vaccinazione di alcune categorie di cavalli, come unica soluzione per limitare la diffusione del virus, con il quale però bisogna abituarsi a convivere. Altri interventi suggeriscono - prima di introdurre norme restrittive e penalizzanti per gli allevatori sardi - di continuare a studiare la malattia, per verificare l'effettivo grado di pericolosità.

Comunque vada occorre evitare di andare controcorrente, ma sarà obbligatorio - se si vuole garantire un organico sviluppo del settore ippico, strettamente connesso con il futuro del mondo agricolo - mantenere un saldo contatto con l'Europa, armonizzando le obsolete normative italiane con le norme giuridiche europee in materia sanitaria e veterinaria.


 

 

Maremma Laziale

Il dottor cavallo

Maria Vittoria CECILIA

Credo fermamente nel rapporto uomo-cavallo; andare a cavallo è un sogno, un mito, una sfida, una sensazione di libertà infinita, uno stile di vita genuino e pulito.

Tutto ciò è potenziato al massimo per chi sfortunatamente è un portatore di handicap.

Chi entra in un centro dove si svolge l’attività di ippoterapia, o ancora più semplicemente equitazione ludico-addestrativa per disabili, ha una sensazione strana; disabili e non, si mescolano tra loro in un rapporto completo dove non c’è emarginazione, e dove il “setting terapeutico” ha perso i connotati classici di una stanza.

L’utente disabile spazia con lo sguardo nella natura, sensazioni epidermiche piene di emozioni vengono sollecitate costantemente da odori, colori e suoni; erba, terra, cielo, un nitrito improvviso, il caldo contatto con il corpo del Cavallo.

Le patologie che vengono trattate sono varie; dalla psicologica-relazionale (autismo), a quella strettamente neurologica o psicomotoria.

In ogni caso la dinamica terapeutica si sviluppa secondo un rapporto costante e variato tra paziente, terapista e cavallo.

Durante le sedute ippoterapiche entrano in gioco diversi elementi a seconda del caso e del progetto terapeutico; ma equilibrio e coordinazione, orientamento e richiesta di attenzione e concentrazione, spinta alla propositività ed al fare, stima in sé e fiducia nelle proprie possibilità restano obiettivi costanti di tutto il lavoro.

L’approccio e la relazione sociale sono alla base, la differenza è data dal fatto che il mezzo terapeutico è il cavallo; un animale con caratteristiche specifiche e una personalità ben definita.

Il massimo viene raggiunto quando l’utente riesce a guidare autonomamente questo animale così imponente ed affascinante.

Queste considerazioni strettamente concettuali non bastano però a capire l’emo­zione profonda che riempie l’animo di chi gode di questa speciale terapia, ma anche di chi come me, la applica.

Sono fortunata, posso dire che si è avverato un mio sogno, grazie.

Grazie Luciano, grazie Giorgio, grazie Gino…….

 

 

 

 

 

SEI SECOLI IN MAREMMA CON I LORO CAVALLI

 

Anna Maria Spada

 

"Allorchè lo vedevano uscire a cavallo dal suo castello, chiuso nella sua pesante armatura, preceduto dai suoi donzelli, che, dato fiato alle trombe chiamavano a raccolta o, come vedevano sventolare il pennone, sapevano che era loro dovere gettare la zappa, prendere le armi e mettersi in marcia".

Così Lorenzo Grottanelli, nel suo libro "La Maremma Toscana" edito a Siena nel 1873, immagina l’uscita del conte Longobardo Pannocchieschi da Montepescali per la guerra. Si parlava di pesante armatura, si può quindi intuire che i cavalli in quel periodo dovevano essere di “sana e robusta costituzione” per sostenere il tutto.

I Longobardi fecero la loro comparsa con Agilulfo intorno al 500 e si stabilirono in Maremma nell’ottavo secolo, portando, oltre ai loro cavalli, le vacche (chiamate ora maremmane) di origine asiatica e un cane bianco di media taglia. Questa presenza è documentatada una donazione che il vescovo longobardo di Lucca, Iacopo, fece ad Arpeto. Erano beni che comprendevano la piana grossetana, le colline di Campagnatico ed alcuni contrafforti dell’Amiata. Più a nord, si erano insediati altri cavalieri longobardi: i conti della Gherardesca.

Parlando con un amico cultore di storia, mi sto convincendo sempre di più di quanto sangue germanico ci sia stato nei nostri cavalli, intendendo per germanico, non l’attuale Germania, ma quel territorio geografico ben definito dai Romani: ad est della Vistola, ad ovest dal Reno, a sud dal Danubio e a nord dal mare.

La famiglia più importante che si stabilì sul nostro territorio fu forse quella degli Aldobrandechi. Essi costruirono numerosi borghi fortificati, dei quali purtroppo oggi abbiamo pochissimi resti. Nei borghi, oltre al castello, vista la grande importanza che i cavalli avevano all’epoca nelle battaglie, costruirono per loro confortevoli ricoveri. Furono altresì ben alimentati e crebbero certo in solidità e statura. Questo fino al 1300 circa; poi Siena ebbe il sopravvento. Distrusse castelli e borghi con il conseguente inizio di impaludamento del territorio maremmano. Contribuì così, in maniera determinante, alla decadenza della Maremma, ridotta a pascolo naturale, aprendo poi la strada alla Dogana dei Paschi. Così anche i fieri e robusti cavalli germanici, sopravvissuti ai loro ricoveri in fiamme, ancora una volta, furono costretti a sopravvivere tornando allo stato brado in un territorio sempre più abbandonato, ostile e malarico.

Forse furono proprio gli eredi di queste mandrie sopravvissute e selvagge che il Sanson descrisse nel suo libro di zootecnia: di struttura ridotta e profilo montonino.

Scrivo queste cose perché ritengo doveroso rendere giustizia alla storia e con essa al nostro cavallo. La sua è storia antica, storia nobile, aldilà di quello che pensano i suoi denigratori. Come succede a tutte le grandi cose, c’è stato un periodo di decadenza durato secoli, ma c’è anche, ora, l’amore di tanti allevatori che gli hanno aperto la strada perché, nei tempi futuri, ritorni “principe”.

 

 

 

 

L’arabo fra mito e realtà

Il nitrito che umilia gli idolatri, le puledre che scalpitano scintille

 

Nessun’altra razza è circondata da un alone mitico come quella del cavallo Arabo. Le leggende, i racconti che si fondono con la storia di questi animali e delle Tribù Beduine del deserto traggono origine nella qualità eccezionale di questi cavalli. Selezionati nel corso dei secoli da un ambiente ostile e dalla vita in comune, sotto le stesse tende, con i nomadi della penisola Arabica hanno influenzato la letteratura e la poesia di questo popolo in modo eccezionale: "il bevitore di aria" ha dominato la cultura durante l’era dei poeti ancor prima dell’Islamismo. In un’epoca in cui ai poeti erano attribuite doti soprannaturali, veniva considerato un grande onore poterli ospitare sotto la propria tenda: JBN Rashing di Kairouna, morto nel 1604, noto come il più grande poeta del suo tempo diceva: Gli Arabi si scambiano gli auguri in tre circostanze: "la nascita di un figlio maschio, l’arrivo improvviso di un poeta, il parto di una cavalla".

Accanto alle imprese eroiche la lirica Araba aveva come tema principale l’esaltazione del cavallo; il sangue di un beduino apparteneva alla sua tribù, la sua anima ad Allah, il suo cuore alla sua cavalla. La giumenta era un membro della famiglia, divideva il giaciglio con l’uomo e i bambini crescevano fra le sue zampe. Negli assalti alle carovane la vita dei predoni dipendeva dalla velocità e resistenza delle cavalle, le uniche utilizzate nelle razzie perché gli stalloni venivano considerati inaffidabili. Per questo l’origine delle proprie fattrici era fondamentale per i beduini, la recitavano a memoria fino alla quindicesima generazione come una preghiera. Per questo i puledri nati appartenevano alla famiglia della fattrice non dello stallone. I beduini non vendevano mai le loro cavalle, il solo modo di procurasele era il furto. Se una tribù s’impossessava di un cavallo nemico, il giorno dopo mandava un emissario a chiedere informazioni sulla sua genealogia, che puntualmente venivano fornite con la speranza di potersi riprendere prima o poi l’animale.

I racconti nelle "Tende nere" avevano sempre come tema l’origine dei cavalli più celebri che avevano fondato una dinastia. Uno dei più famosi si rifà a Re Salomone figlio di Davide (Suleiman Ibn David) che così innamorato delle sue giumente si scordò per ammirarle dell’ora della preghiera al suo Dio. Per espiare ordinò di ucciderle tutte, da questo massacro si salvarono cinque femmine, una di queste gravide che partorì un maschio capostipite della razza. Con i nomi attribuiti alle cinque cavalle si volle così descrivere le loro qualità:

koheilan dagli stupendi occhi neri come quelli delle ragazze che usavano truccarsi con il "Kajal".

obeyan che portava la coda così orgogliosa e alta come il mantello dei beduini "Abaya".

dahman con il pelo molto scuro "Duhm".

shuwaimeh con una voglia "Shama" trotinata, la cosiddetta "macchia del Profeta" venuta dal sangue versato durante una fuga del Profeta ferito sul collo dalla cavalla.

saglawieh che possedeva al galoppo un’andatura gioiosa e impulsiva "Sagla".

Nascono così le cinque più importanti famiglie del Purosangue Arabo, di cui le principali sono la Saglawieh, personificazione del tipo femminile con una bellezza molto delicata a testa snella e camusa; e la Koheilan che rappresenta il tipo maschile con il collo robusto, la testa larga e ossatura più massiccia.

E’ comunque con l’apparizione di Maometto (570 d.c.) nelle vesti del Profeta che si ha il vero impulso nella storia moderna dell’allevamento del cavallo arabo, è difficile infatti scindere questo destriero dal mondo dell’Islam. Fu lo stesso profeta che fece dell’allevamento dell’"Asil", il puro, un obbligo religioso. Capì che per avere un’armata invincibile doveva incoraggiare a mantenere assolutamente "puro" il sangue di questi cavalli, più veloci, più resistenti, più frugali, più docili, più nevrili di quelli dei suoi nemici.

I cavalieri che possedevano un "Asil" avevano bottino doppio degli altri durante le scorrerie, proibì assolutamente gli incroci perché convinto che il sangue puro fosse enormemente superiore e una volta contaminato non si recuperasse più.

Dal Corano: "Se un uomo non riesce a mantenere i suoi doveri Religiosi, mantenga un cavallo Asil per la gloria di Allah, gli saranno perdonati i suoi peccati. Chi avrà allevato un cavallo Asil per la Guerra Santa, nel giorno della Resurrezione verrà salvato dal fuoco dell’Inferno".

Quando Dio creò il cavallo disse al vento del sud: "Io voglio creare da te un essere per onorare i miei Santi, per umiliare i miei nemici, per far grazia a quelli che mi obbediscano". Il Vento del sud parlò e disse: "Crea o Signore!". Allora Dio prese una manciata del Vento del sud e disse: "Il tuo nome sia Arabo, la tua bontà sia legata alla tua criniera e il bottino sulla tua groppa, a te sia dato di ampliare il sostentamento della vita; sarai amico del tuo proprietario, sarai favorito tra gli altri animali da soma; avrai forza di volare senz’ali sia in attacco, sia in fuga; farai sedere sulla tua groppa uomini che Mi adoreranno e loderanno e Mi canteranno degli Alleluia".

E quando il cavallo con i suoi zoccoli sfiorò la terra Dio parlò: "Umilia con il tuo nitrito gli idolatri, ottura le loro orecchie e colma il loro cuore di paura".

E quando Dio mostrò ad Adamo tutte le cose che aveva creato disse: "Scegli una delle mie creature". E Adamo scelse il cavallo. Allora Dio parlò e disse: "Tu hai scelto il tuo onore e l’onore dei tuoi figli, un onore che durerà in eterno".

Per le puledre veloci che corrono anelanti, che scalpitano scintille, che gareggiano in corsa di primo mattino, che alzano nuvole di polvere nel pieno dell’orda nemica" (CORANO SURA 100).-

E’ probabile che ai lettori questo alone leggendario risulti noioso e astruso dalla realtà, ma forse è proprio questo che accomuna noi "arabisti" e ci differenzia dagli altri appassionati del mondo equestre: subiamo tutti il fascino un po' struggente e malinconico di una poesia e una leggenda che non esistono più.

Roberto CHIEZZI

 

 

 

 


Quarter horse

raffaella tonarelli

 

I cavalli che arrivarono in America con i conquistatori spagnoli e con i successivi colonizzatori erano spagnoli; erano robusti cavalli da lavoro, risultato di una combinazione di Iberi, Berberi, Arabi e Ponys della Spagna Settentrionale (imparentati con l’attuale Andaluso).

Nel corso delle campagne di conquista e dei viaggi di scoperta, nei primi secoli, molti cavalli si sparsero nelle distese sul continente nordamericano, praticamente disabitato, e vi si inselvatichirono, specialmente nelle zone meridionali degli odierni Stati Uniti.

Alcune tribù di indiani si impadronirono di cavalli nelle battaglie con i conquistatori, o catturarono cavalli selvaggi, particolarmente i Mustangs . Queste popolazioni indiane si svilupparono in poche generazioni da cacciatori nomadi a tribù di cavalieri, finendo per modificare la loro vita dalla convivenza con il cavallo.

Alcune di queste tribù indiane (che fino ad allora conoscevano, come animali domestici, solo il cane ed il tacchino), dettero vita in poco tempo ad un fiorente allevamento di cavalli. Gli indiani Chickasaw ad esempio vendevano i loro cavalli ai colonizzatori della Virginia e dei vicini stati della costa orientale in un volume tale da farli definire "Razza Chickasaw".

In seguito la vita cominciò a non essere più caratterizzata esclusivamente della lotta per l’esistenza. A poco a poco si svilupparono forme d’impiego di tempo libero, e l’origine anglosassone della maggior parte dei primi coloni li portò ad organizzare sulla strada dei loro villaggi o in radure aperte nella foresta, corse di cavalli su brevi tracciati. Come pratica lunghezza della corsa della corsa si scelse quella di "quarter of a mile": il quarto di miglio, ovvero 400 metri.

Queste corse del quarto di miglio diventarono presto tanto popolari che i cavalli denominati fino a quel momento "razza Chickasaw" cominciarono, all’incirca dal 1750, ad essere chiamati Quarter Racer. Questi cavalli erano alti circa 1,50 m e la loro caratteristica saliente era la notevole muscolatura della parte posteriore del corpo, che permetteva loro un energico scatto dalla posizione di fermo. La brevità del tracciato di gara portava naturalmente alla conseguenza che il più veloce starter era fortemente avvantaggiato.

Per rendere i cavalli veloci anche sulla lunghezza si fecero degli incroci con i cavalli inglesi da corsa. Tra i più noti capostipiti della razza ricordiamo i purosangue Janus e Three Bars.

Con la crescita del benessere si sviluppò lo sport delle corse di purosangue su tracciati più lunghi negli ippodromi. Su tali tracciati, i compatti Quarter Racer con le loro gambe relativamente corte, non potevano competere. Essi rimasero comunque come cavalli da lavoro e da equitazione per l’uso quotidiano, ed infine emigrarono con la colonizzazione dell’Ovest, con le carovane dei pionieri attraverso l’intero continente. Con loro però emigrò anche la corsa del quarto di miglio, lo sport dei pionieri sulle strade dei villaggi. La razza poi visse un nuovo periodo di auge con lo sviluppo dell’allevamento dei bovini nelle vaste praterie dell’Ovest e del Sud Ovest. All’inizio i cow-boys addomesticavano i Mustangs, reperibili dappertutto. Questi cavalli selvaggi però, vivendo in libertà, erano diventati più piccoli e leggeri.

Presto quindi non furono più in grado di tener testa alla tensione del lazo durante la cattura dei vitelli, dato che il bestiame di allevamento, con la continua selezione cominciò a diventare più pesante.

Furono quindi ricercati i veloci e compatti Quarter Racer. Con la loro robusta muscolatura posteriore, essi potevano non solo eseguire scatti rapidissimi, ma usare questi loro forti muscoli anche per fermate improvvise e rapidi giri davanti al bestiame da acchiappare.

I fautori dell’allevamento di questa razza furono i grandi ranchos delle zone dove si praticava l’allevamento di bovini i quali però praticavano l’allevamento di questi cavalli con severi criteri di selezione, ma sempre a livello privato e senza mai effettuare registrazioni tramite un’associazione di allevatori.

Solo nel 1940 a Forth Worth nel Texas fu costituita l’American Quarter Horse Association con lo scopo di raccogliere, registrare e preservare i Quarter Horse; di pubblicare un registro e di promuovere tutto ciò che riguarda questa razza in America.

Durante la discussione per la fondazione dell’Associazione, fu anche deciso di cambiare il nome da Quarter racer in Quarter Horse. Non tutti i Quarter racer ebbero la possibilità di essere iscritti e registrati nello Stood Book ( il libro genealogico dell’AQHA).Furono presi in considerazione solo quei cavalli che avevano la possibilità di dimostrare la bontà delle loro linee di sangue, tornando indietro di tre o quattro generazioni. Il numero dei cavalli registrati fu dunque molto basso.

L’AQHA è la più grande associazione equestre del mondo, ogni anno registra circa 100.000 nuovi puledri. L’allevamento del Quarter ha subito negli ultimi decenni una selezione particolare, specifica per i vari tipi di gare nelle quali il cavallo sarà poi chiamato a gareggiare .Ecco perché si possono trovare in gare di reining cavalli piccoli e muscolosi, mentre in gare di pleasure cavalli più alti, longilinei ed esteticamente eleganti mentre nella Quarto di Miglio si possono notare cavalli piccoli e scattanti.

La particolarità del Quarter Horse, è il suo temperamento tranquillo ed affidabile unito ad una notevole potenza, consolidato ereditariamente tramite l’allevamento selettivo finalizzato a sviluppare eccellenti doti di affinità e dimestichezza con l’uomo. Per quanto calmo e docile, il Quarter ha un elevato grado di nevrilità, che si esprime quando ne è sollecitata l’azione. Questa caratteristica si spiega solo con l’allevamento selettivo ai fini del pesante lavoro quotidiano con i cow-boys, al quale la razza è sottoposto da secoli.

La Morfologia

Lo standard di razza prevede cavalli alti circa 1,6 m per circa 4 quintali di peso. L’aspetto principale della morfologia del Quarter Horse è lo sviluppo della muscolatura. Tale muscolatura risulta evidente nel dorso e nella groppa. La lunga groppa, fortemente inclinata permette al Quarter di portare gli arti posteriori sotto il corpo nello "stop" tipico delle gare di reining. Lo sviluppo della groppa gli permette anche di mantenere un buon equilibrio sulle gambe posteriori. Tale equilibrio rende particolarmente libero ed elastico il galoppo di questo cavallo e gli permette voltate e fermate velocissime tipiche sia nel cutting che nel reining . Al trotto questo cavallo si fa apprezzare non solo per l’azione piana ed estesa della parte anteriore del corpo, che riceve la spinta dal potente posteriore, ma anche per i movimenti leggeri ed uniformi.

Molto caratteristica è anche la testa che deve presentarsi corta e larga, con la fronte ampia, mascella larga, guance molto sviluppate e orecchie corte. La pelle della testa è molto sottile. Il collo del Quarter Horse è sempre stato molto muscoloso e in apparenza corto; oggi invece si tende a preferire cavalli dal collo più lungo e sottile, che contribuisca a fornire un'immagine del cavallo più snella e lanciata.

Il petto è massiccio, schiena medio-lunga, lombi medi, costole bene inclinate, garrese basso. Le pelvi ed il bacino hanno un’angolazione acuta; la muscolatura leggermente infossata nella parte superiore indica che il cavallo tende a muoversi con passi leggeri, come fossero sospesi. La colonna vertebrale scende di una decina di centimetri dal centro dei lombi alla base del collo.

Le anteriori presentano un’angolazione piuttosto bassa della spalla che è comunque lunga. Questa struttura facilita i passi lunghi senza che il cavallo debba flettere eccessivamente l’articolazione del ginocchio.

La coda è composta da crini molto sottili e deve essere attaccata piuttosto in basso.

Mantelli

Baio (Bay): colore esteso del mantello dal marrone al rossiccio; code e criniera nere, normalmente nero sulla parte anteriore delle zampe.

Nero (Black): colore del mantello nero senza aree chiare. Code e criniera nere.

Marrone (Brown): mantello marrone o nero con aree chiare sul muso, attorno agli occhi, sui fianchi e all’interno della parte superiore delle zampe.

Sauro (Sorrel) : mantello rossiccio o rosso, code e criniera solitamente dello stesso colore talvolta biondo.

Castano-Biondo (chestnut) :mantello rosso scuro – rosso marrone, coda e criniera solitamente dello stesso colore talvolta bionda.

Daino (Dun): colore dorato, coda e criniera nera, o marrone con peli bianchi; presenta una striscia dorsale e strisce zebrate sulle zampe e una striscia trasversale sopra il garrese.

Daino Rosso (Red Dun): una sottospecie del Dun ma con mantello color carne. Coda, criniera e striscia dorsale rossa.

Grullo: mantello color fumo o topo misto tra peli bianchi e neri, coda e criniera neri, parte inferiore delle zampe nere.

Isabella (buckskin) : mantello dorato, coda e criniera nera sulla parte inferiori delle zampe, non ha striscia dorsale.

Palomino: mantello giallo-oro, coda e criniera bianche.

Grigio (grey) : misto di peli bianchi con peli di qualsiasi colore; spesso nasce scuro e diventa chiaro con l’età.

Roano Rosso (Red Roan): mantello misto di peli bianchi e rossi solitamente più scuri sulla testa e sulle zampe; criniera e coda nera, rossa o bionda.

Roano Blu (Blue Roan): mantello misto di peli bianchi con peli neri sul corpo solitamente più scuri sulla testa e sulla parte inferiore delle zampe.

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personaggio

TOLEDO MARGIACCHI

Beatrice Margiacchi

Toledo Margiacchi nasce a Roccalbegna, nella Maremma Toscana, il 21 dicembre 1920, alla fattoria degli Usi vicino a Scansano. Il padre Paolo lavora come buttero nella grande azienda dei signori Anfù e De Rham, che possiedono tra l’altro purosangue inglesi da corsa, nei pressi di Doganella, dove arrivano gli effluvi dell’aria marina e Magliano ride di buon vino e gente “alla buona”. Il giovane Toledo, ardente di passione per i cavalli, va alla tenuta dopo le elementari per imparare il “mestiere”. Inizia dalla gavetta, come mozzo di stalla del settore corse, fino ad imparare il lavoro di doma, che non tutti avevano il coraggio di svolgere. Ma la vera passione è quella dell’allevamento e dopo qualche tempo arriva alla rinomata scuderia di Federico Tesio; la guerra tuttavia rompe i tempi e la patria chiama al dovere ogni giovane abile alle armi. Per fortuna torna a casa incolume dalla Russia e riprende il lavoro, questa volta a Roselle, presso l’azienda del commendator Pallini, fra duecento cavalli, quattromila mucche e ottocento pecore.

La tradizione di famiglia continua: le lunghe corna delle vacche, le galoppate nelle distese maremmane. Ma c’è un’eccezione: questo buttero doma il suo cavallo così attentamente che dà retta solo e soltanto a lui. Nel 1960 la bravura è tale che la voce è giunta a Limestre, sulla montagna pistoiese, dove il dottor Luigi Orlando vuole creare un bell’allevamento di cavalli. La razza scelta è l’Avelignese e l’obiettivo è di snellirla, per ottenere un buon cavallo da sella. Tutti i pistoiesi si ricordano di lui come il paladino del Rione del Drago, per il quale ha vinto più volte la Giostra dell’Orso. Il suo fedele compagno era Rublo (in ricordo dell’esperienza russa?), un Avelignese migliorato che è morto lo scorso anno, vecchio, ma ancora in grado di dire la sua se qualcuno si avvicinava alla sua razione. Con Rublo ha vinto tutte le gimkane dei dintorni; lo hanno chiamato a Montalcino, a Milano, a Roma, e sembrava che corresse solo lui, gli altri gli facevano da cornice. Era buffo vedere le espressioni rassegnate sulle facce dei partecipanti, che ormai sapevano in partenza quale sarebbe stato il risultato: Toledo e il figlio (si, anche lui sulle orme paterne!) vincevano la gimkana maremmana, la staffetta e i birilli. La gimkana era quella con il cancello da aprire e chiudere a tempo, con il “crognolo” in mano, il cappello e la sella americana; si saltavano ostacoli si passavano bidoni a slalom. Qualcuno si impressionava, ma era chi non aveva vissuto la vita del buttero di Maremma, dall’alba sul cavallo fra le vacche ed il branco delle cavalle. Se era periodo di figliatura anche la notte era di lavoro, con unici sostegni la borraccia e la passione.

Questo era il buttero.

Adesso vorrei provare ad esprimere quello che era l’uomo, il nonno.

Non ricordo una volta in cui mi sia sentita sola e spersa, se lui era lì; avevo pochi mesi e già mi mise su Narvalo, una delle colonne di Limestre: avevo cinque anni e già montavo all’inglese e a mazzetto. Io e mio fratello Paolo eravamo i suoi gioielli, lo ammiravamo perché sapeva sempre qualcosa in più di te sui cavalli e te ne innamoravi, senza accorgertene. Lo hanno portato anche in Spagna con mio padre, già divenuto direttore dell’azienda di Limestre dal 1978, per avere la sua opinione sul cavallo da inserire come riproduttore.

Penso che uomini così, burberi e allo stesso tempo teneri, non ne esistano più; nei suoi occhi leggevi la storia di un mestiere, della tradizione, della mia famiglia, della Maremma. Talvolta sorrido, quando mi parlano della fatica del lavoro con i cavalli. A casa, a Marina di Grosseto, dove era tornato in pensione, quando io facevo colazione alle otto lui aveva già fatto la sua giornata, dalle quattro. Il rispetto per i cavalli era primario; la serietà, l’onestà la volontà me le ha insegnate lui, non a parole, ma con i fatti.

Fra le radure della Maremma percepisco il suo odore e vedo riflessa sul sole l’immagine delle sue gambe secche, gli stivali, le mani nevrili che mi hanno sostenuta. Se per essere tali uomini bisogna essere maremmani, grazie per avermi concesso quest’uomo: il padre di mio padre e l’esempio che era e che è tuttora.

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NASCITA E STORIA DELL’IPPOTERAPIA

L’Ippoterapia nasce in Italia nel 1976 per dare al portatore di handicap la possibilità di frequentare un ambiente naturale. L’equitazione pedagogica però non è recente: già Ippocrate di Coo (458-370-370-350 A.C.) nel Libro delle Diete aveva consigliato l’equitazione per rigenerare la salute e preservare il corpo umano da molte infermità ma soprattutto per il trattamento dell’insonnia e fu inoltre lui a sostenere che l’equitazione praticata all’aria aperta consente ai muscoli di perdere meno tono.

Anche nella scienza araba, così legata alla cultura equestre si ritrovano in questo periodo accenni al beneficio legato a questa attività.

Abbandonata per lungo tempo, tale pratica terapeutica fu ripresa dal medico Merkurialis (1569), secondo il quale l’equitazione non detiene assolutamente la posizione più marginale tra gli esercizi ginnici, in quanto essa non esercita solo il corpo ma anche i sensi.

Molti furono coloro che affrontarono il problema. Nel 1734 Carlo L. Castel, detto l’Abate di Sant Pierre, inventò una "sedia vibrante" usata come cura di una stipsi ostinata.

Nel 1782 J.C.Tissot scrisse per la 1^ volta anche le controindicazioni della pratica eccessiva di questo sport. Secondo l’autore esistono 3 forme di movimento: quella attiva, quella passiva e quella attivo-passiva che è tipica dell’equitazione. Egli illustra gli effetti diversi delle varie andature, fra le quali quella "del passo" ritenuta la più efficace dal punto di vista terapeutico.

All’inizio del nostro secolo molti medici si preoccuparono di comprendere l’arte del dosaggio di questa terapia, sottolineando quindi l’efficacia di questa.

In Francia l’equitazione equestre nacque nel 1965 grazie a De Lubersac e Lallari introducendo il loro manuale "Rieducazione attraverso l’educazione". Sempre in Francia nel 1965 l’Ippoterapia divenne una materia di studio.

In Italia si iniziò una reale attività rieducativa nel 1976 a seguito di un incontro tra il chirurgo pediatra il Dottor Luciano Cucchi e la Dottoressa Danièlle Citierio Nicolas, facendo nascere in seguito l’A.N.I.R.E: Associazione Nazionale Italiana Riabilitazione Equestre.

L’A.N.I.R.E. ha acquisito personalità giuridica l’8 Luglio 1986 mediante riconoscimento con Decreto n° 60 del Presidente della Repubblica.

Rispetto agli altri Paesi l’Italia è l’unica ad avere un riconoscimento a tale livello.

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L’ippoterapia
 

Una medicina chiamata cavallo

Nascita e progressi da Ippocrate ai giorni nostri

 

Maria Cecilia Vittoria

L’Ippoterapia nasce in Italia nel 1976 per dare al portatore di handicap la possibilità di frequentare un ambiente naturale. L’equitazione pedagogica però non è recente: già Ippocrate di Coo (458-375 o 351 a.C.) nel Libro delle Diete aveva consigliato l’equitazione per rigenerare la salute e preservare il corpo umano da molte infermità, ma soprattutto per il trattamento dell’insonnia; e fu inoltre lui a sostenere che l’equitazione praticata all’aria aperta consente ai muscoli di perdere meno tono.

Anche nella scienza araba, così legata alla cultura equestre, si ritrovano in questo periodo accenni al beneficio legato a questa attività.

Abbandonata per lungo tempo, tale pratica terapeutica fu ripresa dal medico Merkurialis, secondo il quale (1569) l’equitazione non detiene assolutamente la posizione più marginale tra gli esercizi ginnici, in quanto essa non esercita solo il corpo ma anche i sensi.

Molti furono coloro che affrontarono il problema. Nel 1734 Carlo L.Castel, detto l’Abate di Sant Pierre, inventò una "sedia vibrante" usata come cura di una stipsi ostinata.

Nel 1782 J.C.Tissot scrisse per la 1^ volta anche le controindicazioni della pratica eccessiva di questo sport. Secondo l’autore esistono tre forme di movimento: quella attiva, quella passiva e quella attivo-passiva che è tipica dell’equitazione. Egli illustra gli effetti diversi delle varie andature, fra le quali quella "del passo", ritenuta la più efficace dal punto di vista terapeutico.

All’inizio del nostro secolo molti medici si preoccuparono di comprendere l’arte del dosaggio di questa terapia, sottolineando quindi l’efficacia di questa.

In Francia l’equitazione equestre nacque nel 1965 grazie a De Lubersac e Lallari introducendo il loro manuale "Rieducazione attraverso l’educazione". Sempre in Francia nel 1965 l’Ippoterapia divenne una materia di studio.

In Italia si iniziò una reale attività rieducativa nel 1976 a seguito di incontri tra il chirurgo pediatra, dottor Luciano Cucchi, e la dottoressa Danièlle Citierio Nicolas, che fecero nascere in seguito l’A.N.I.R.E - Associazione Nazionale Italiana Riabilitazione Equestre.

L’A.N.I.R.E. ha acquisito personalità giuridica l’8 Luglio 1986 mediante riconoscimento con Decreto n° 60 del Presidente della Repubblica.

Rispetto agli altri Paesi l’Italia è l’unica ad avere un riconoscimento a tale livello.


 

 


Veterinaria

A caval donato si guarda in bocca

 

Andrea Poggiaroni

Sia che il vostro cavallo sia "pagato " o "donato" dovrete comunque guardarlo in bocca molto spesso; i nostri amici quadrupedi ,infatti , sono molto delicati in questa parte dell'apparato digerente, dovendo essi adoperarlo anche per quindici ore al giorno, con un impegno e uno sforzo muscolare senza pari.

La grande quantità di fieno o di erba e la durezza dei componenti dei vari concentrati mettono a dura prova le strutture buccali che sono un vero e proprio attrezzo del "mestiere" da mantenere ben funzionante ed in salute per poter svolgere egregiamente il delicato compito assegnatogli.

La maggior parte delle malattie, dei disturbi e degli scompensi che più frequentemente colpiscono i cavalli da sella sono causati da alterazione delle strutture o della fisiologia del tubo digerente, tra queste spiccano per frequenza le anomalie della tavola dentaria; i cavalli che noi rinchiudiamo in un box o in un piccolo recinto dove sono costretti a nutrirsi con fieno e concentrati vari perdono, rispetto ai cavalli che vivevano liberi o sui pascoli la possibilità di autolimitare, con il terriccio attaccato alle radici dell'erba, la formazione di punte molari, vere e proprie punte di coltello che si formano per consumo "passivo" sul bordo esterno dei molari superiori e che provocano lesioni della guancia fino a provocare anoressia totale del cavallo.

Le "punte" costituiscono un problema grave e particolare per il cavallo sia per i danni che procura sia per la difficoltà di diagnosi da parte del proprietario che, scopre i "segni" del problema solo quando il quadro, esistente da molti mesi o anni, ha raggiunto una certa gravità.

I cavalli infatti hanno una spiccata capacità nel camuffare il dolore anche per la scarsa capacità mimica della faccia mentre in questo caso si arriva fino ad una alterazione del movimento masticatorio.

I denti molari dei cavalli formano le "punte" non per protratto accrescimento come molti credono ma per un anomalo consumo della superficie masticatoria; questa situazione provoca micro e macro lesioni nel vestibolo (spazio interno tra guancia e denti) obbligando l'animale ad una masticazione ridotta ed errata con conseguente ingestione di alimenti poco sminuzzati.

Questa situazione porta inevitabilmente a una difficoltosa digestione del cibo con conseguenza di coliche intestinali ed alla impossibilità di utilizzare la totale quantità di alimenti forniti con grave danno economico. Le coliche gassose infatti, sono principalmente causate da situazioni masticatorie alterate oltre che da cibo scadente, mentre risulta incredibilmente aumentato il consumo di foraggi e concentrati che si calcola intorno al 30% degli alimenti realmente necessari.

Quando il cibo transita nell'intestino senza essere digerito viene perduto, questo significa che se un cavallo mangia 3 chili di mangime al giorno ne perde in un anno più di 3 quintali nelle feci; analogo discorso per la quantità di fieno o erba che somministriamo al nostro amico.

Provvedendo almeno due volte all'anno all'ispezione del cavo orale, si possono osservare facilmente il bordo esterno delle arcate dentali dei molari e con attenzione si può sfiorare con il dito medio valutando lunghezza e taglio delle punte; se presenti dobbiamo intervenire subito senza attendere che il cavallo manifesti disturbi masticatori, che seguiranno solo dopo un certo periodo di tempo; nei casi più lievi può essere sufficiente una limata manuale che arrotonderà lo spigolo tagliente ma che imporrà un secondo controllo a pochi mesi di distanza, mentre in caso di punte lunghe voluminose o vecchie o comunque volendo fornire al cavallo un benessere protratto nei due anni successivi è necessario effettuare un pareggiamento e spianamento totale con mola elettrica.

Questo ultimo tipo di intervento, che si effettua con l'animale in piedi leggermente sedato, ci consente di riportare la superficie masticatoria perfettamente orizzontale (come quella del puledro) la quale permette anche il ritorno alla masticazione di tipo "rotatorio" ed alla totale triturazione dell'alimento.

Il periodo migliore per effettuare l'intervento è sempre l'autunno, ciò permetterà al cavallo di affrontare meglio i rigori dell'inverno.


Amiata

La corsa della secchia

Il palio degli asini a Castell’Azzara

 

Paolo Falchi

"Chi dice Palio dice Siena" esordiva una pubblicità televisiva di anni or sono identificando la città toscana con la sua manifestazione nota in tutto il mondo. Però, in questo periodo dell’anno parlando di palio, in molti paesi maremmani, toscani ed anche di altre zone d’Italia, il riferimento implicito è alla corsa degli asini appena effettuata o che si correrà di lì a poco.

Gli abitanti di questi paesi tengono al loro palio quasi quanto i senesi tengono alla loro di gran lunga più famosa corsa e lo spirito e l’agonismo che anima le contrade e i rioni paesani, pur non raggiungendo gli stessi toni, non sono comunque molto dissimili.

Vi sono contrade che allevano asini durante tutto l’arco dell’anno e fantini che provano e si allenano in attesa del momento fatidico in cui vie e piazze si trasformano in tanti "asinodromi".

Ogni paese ha per il suo palio delle regole particolari: per esempio a Campagnatico e ad Allumiere gli asini alla partenza devono uscire dalle gabbie come avviene in ogni ippodromo che si rispetti, ma mentre nel primo corrono soltanto femmine, il secondo è rigorosamente riservato a maschi interi. In altri paesi non viene effettuata alcuna distinzione sul sesso della cavalcatura. Vi sono palii dove si effettua una sola corsa ed altri che prevedono più batterie ed una finale.

Se poi ci si affaccia fuori regione si trovano anche vere e proprie "corse al trotto" in cui gli asini trainano una sorta di sulky con tanto di guidatore, come nel palio che si disputa a settembre a Fagagna in Friuli.

In questo panorama risulta originale la “corsa della secchia” a Castell’Azzara (Grosseto), un'antica tradizione locale ripresa quest’anno ad agosto. In questa singolare competizione i fantini (due per ognuno dei quattro rioni) devono colpire con una lancia un bersaglio posto su una secchia piena d’acqua che è sospesa in aria sorretta da due funi. L’abilità richiesta in questo caso è triplice: saper cavalcare l’asino a pelo, avere una certa precisione nel colpire il bersaglio, riuscire ad evitare la quantità d’acqua che inevitabilmente cade dalla secchia percossa.

Questi palii e queste corse sono tutte manifestazioni vecchie di decenni ed alcune pure secolari, che traggono origine e hanno i loro legami con l’antica civiltà contadina e sono così radicate nella cultura popolare che hanno saputo resistere, ed in certi casi rinascere, nonostante la rarefazione degli asini, i quali in questi casi si dimostrano destrieri rustici ed a volte anche un po' buffi, ma sempre volenterosi.

 


 
Tolfa
Asini, maschi e interi
Il  palio nella piazza di Allumiere ricoperta di pozzolana

Barbara Vieri

(medico veterinario e consigliere A.M.A.)

Allumiere, importante città della Tolfa che deve il suo nome alla presenza delle cave di allume, detiene uno dei più antichi ed importanti palii corsi con gli asini. Caratteristica peculiare di questo palio è il fatto che vengono usati esclusivamente asini maschi interi.

Assistere a questa manifestazione anche solo some semplici spettatori è entusiasmante, grazie al calore con cui viene vissuta da tutti i contradaioli di Allumiere.

Il palio si svolge la prima domenica dopo ferragosto nell’ambito delle feste dedicate alla Madonna, ed è molto sentito da tutti i paesani. Viene corso nella piazza centrale del paese che per l’occasione è ricoperta da uno spesso strato di pozzolana per evitare che gli animali (ferrati ai quattro arti ) possano cadere .

Il paese è diviso in cinque contrade denominate: Storica Contrada la Polveriera, la Nona, il Burò, il Sant’Antonio e la Bianca.

Ogni contrada possiede un certo numero di asini che trovano alloggio nelle antiche stalle presenti all’interno del paese; tali asini vengono curati ed allenati durante tutto l’anno ed arrivano al "fatidico" giorno in perfette condizioni fisiche. Oltre che nella cura degli asini, i contradaioli si impegnano anche nel creare una coreografia ogni anno diversa da mostrare durante la sfilata con i costumi storici che precede la corsa e nella quale si possono ammirare le prodezze degli sbandieratori delle contrade.

Il sabato sera si svolgono le prove, importanti per la scelta degli asini che dovranno disputare la corsa.

La domenica mattina i presidenti delle contrade si riuniscono in comune e rendono noti i nomi degli asini e dei loro fantini che parteciperanno al palio; vengono sorteggiati gli ordini di partenza; quindi asini e fantini si presentano al parroco per ricevere la benedizione e da questo momento in poi la tensione sale alle stelle.

Nel tardo pomeriggio inizia la sfilata sotto gli occhi di un folto pubblico e di una severa giuria incaricata di premiare la contrada che ha realizzato la migliore rievocazione storica e gli sbandieratori che hanno attuato le più belle evoluzioni. Partecipano alla sfilata anche gli asini come principali protagonisti bardati da un drappo che li contraddistingue per i colori della contrada di appartenenza.

Al termine della sfilata la piazza è pronta per il momento più importante: quello della corsa. Il palio si svolge in tre ( fino all’anno scorso due) riprese in ognuna delle quali gli asini, partendo dalle gabbie poste all’inizio della piazza, compiono galoppando un giro di pista ed all’arrivo vengono assegnati dei punteggi: 12 punti al primo, 8 al secondo e così via fino al quinto. Vince la contrada che ha totalizzato il punteggio maggiore nelle tre riprese. Per questo motivo la tensione è alta fino alla fine delle tre batterie e la piazza riecheggia delle incitazioni che i contradaioli inneggiano ai propri asini e fantini. Può succedere che al termine delle tre batterie due o più contrade si trovino in parità, allora viene corsa la finalissima che determinerà la contrada vincitrice. Può vincere anche un asino scosso, che, cioè, ha disarcionato il proprio fantino durante la corsa.

Questa manifestazione evidenzia quanto sia radicato e sentito l’utilizzo dell’asi­nello nelle tradizioni rural-popolari, che hanno permesso a questo animale minacciato di estinzione di essere conosciuto ed apprezzato anche da noi.

 


Il personaggio

Gigi Cordovani, “mille lire”

Gli insegnamenti e i ricordi del caporazza del Casalone

Andrea Poggiaroni

Raramente nel nostro giornale si parla o si fa riferimento al mondo del cavallo da corsa, e non per antipatia o dimenticanza ma solo per le troppe cose da dover raccontare ed anche per la scarsa collaborazione trovata nel mondo ippico Grossetano.

Molti maremmani, invece, non sanno quanta importanza hanno rivestito, per la nostra terra, le corse sia di p.s.i. che di mezzosangue (quelli veri!); nel periodo attorno alla 2° guerra e fino agli anni 60 fu tutto un ribollire di grandi scuderie, di eventi e quindi di grandi passioni, che assunsero il nome di Ponticelli, Tolomei, De Rham, Bruchi ecc. ecc., e che sfogavano in duelli sulla fresca pista del Casalone, con uno spirito da veri innamorati del cavallo e veri turf-men del quale oggi non esiste più traccia.

In questo mondo vivevano, accanto ai grandi proprietari, molti uomini non blasonati, che costituivano la spina dorsale del sistema: i fantini, gli artieri, i caporali di scuderia, ed in allevamento i caporazza ed i palafrenieri; essi avevano in comune tutti la stessa cosa: la gavetta lunga! E di gavetta dura si trattava, conosciuta sempre nell'infanzia e continuata dopo con le "alzatacce" sempre alle quattro e le "sgobbatacce" fino a buio; il prodotto era comunque notevole, tanto che la professionalità rilevabile tra questa "gente" era talmente elevata che li poneva come elementi indispensabili al funzionamento delle cose, ed oggi, alla fine del millennio, ben pochi ne incontro, siffatti, nelle scuderie moderne.

Ho conosciuto molti di questi personaggi, tutti in età da pensione ma tra questi voglio ricordarne uno vivente che si gode la vecchiaia insieme a qualche acciacco in quello che rimane della Razza del Casalone, proprio alla porte, anzi ormai dentro alla città di Grosseto, laddove mi trasportava spesso il babbo dentro il seggiolino della bicicletta.

Luigi Cordovani, classe 1919, chiamato in famiglia ed in pista Gigino, esercitava allora il ruolo di caporazza nella scuderia del commendator Luigi Ponticelli (il "Sor Luigi") che alla morte fu ereditata da Marcello Pallini e, insieme al fratello maggiore Daniele, mandava avanti l'allevamento omonimo preparando anche i puledri per la pista.

Ogni viaggio in seggiolino era per me una Gardaland della fantasia e ricordo nitidamente che Gigi si prodigava senza lesinare il tempo in racconti di corse, di cavalli storici, di fattrici gravide dall'Inghilterra, cose che allora non capivo totalmente ma che determinarono in me la svolta che avrebbe così tanto condizionato la mia vita.

I nomi che più ricorrevano, nei racconti sulla panchina di ghisa all'ombra del buttero di Tolomeo Faccendi, erano quelli di Nibbiano e Noceto, ma uno sopra tutti, quello della mitica Valeria che prima della guerra spopolava con la giubba azzurra crociata di bianco, su tutte le piste della Toscana.

Ricordo ancora marcatamente il " profumo" delle scuderie dove c'era sempre paglia pulita e della biada bagnata a germinare; tutto il lavoro veniva svolto in maniera lenta, precisa ma sopratutto elegante come si trattasse di un rito di tutti i giorni; ancora oggi, quando dissello un cavallo mi ritorna automaticamente il modo di togliere la testiera con una sola mano come Gigi insegnava.

Alla fine degli anni sessanta arrivarono alla Razza del Casalone alcuni cavalli da sella che dovevano essere montati per poi essere venduti; quello fu il periodo nel quale rimasi più in contatto con il Gigi perchè andavo a montare Pitigliano, uno di questi, potendo così imparare molte cose sulla monta all'inglese da corsa, in quanto il Maestro era stato, tra le mille cose, anche fantino in pista.

Ricordo ancora con emozione di quando domava gli yearlings per le aste, che portava uno per uno nel grande tondino di alloro come fossero tutti suoi figli; credo di non averlo mai visto picchiare un cavallo, e se qualche volta la rabbia gli faceva perdere la pazienza, immancabilmente la punizione partiva e si fermava a 5 centimetri dal cavallo.

Ero solito, con l'annoiare tipico dei bambini, domandargli a ripetizione quanti cavalli avesse domato nella sua vita, la risposta era sempre la stessa: "Se avessi mille lire per ogni puledro che ho portato in questo tondino....sarei miliardario!".

 


 

 


Quarter Horse

Raffaella Tonarelli

LE GARE WESTERN

Halter

Nella gara di morfologia viene giudicata la conformazione dell' American Quarter Horse come razza. Il giudice deve valutare la corretta struttura, armonia e muscolatura che caratterizzano razza e sesso. In breve il cavallo si deve "far vedere".

Il cavallo viene presentato prima al passo, poi al trotto ed infine piazzato in modo che da poterne valutare gli appiombi, in modo da consentire la migliore valutazione possibile del cavallo. Naturalmente in questa classe i cavalli vengono divisi per età, sesso e razza. Tutti i cavalli possono essere presentati in classi di morfologia, ma non tutti i cavalli possono essere considerati "cavalli da morfologia". Gli standard di razza ideali sono infatti in continua evoluzione, di pari passo con la ricerca genetica e con il progresso allevatoriale. Il cavallo deve presentarsi in arena perfettamente toelettato: il pelo deve essere corto, le unghie pareggiate e lucidate di nero in modo da dare risalto al piede rispetto all'arto. La criniera non deve superare i 5-10 cm di lunghezza per mettere in evidenza la struttura del collo. Il cavallo è tenuto con una longhina di 30 cm che gli deve permettere di muoversi con tranquillità e scioltezza. Anche il look dell'esibitore viene preso in considerazione: giacca, cravatta, stivali, cappello e cintura devono essere in perfetto stile western.

Alla fine della gara il giudice fa rientrare in campo tutti i primi classificati delle varie suddivisioni, e proclama il Grand Champion e il Reserve Champion per ogni sesso.

Showmanship at Halter

E' una gara di solito riservata a non professionisti, cioè agli youth (cavalieri al di sotto dei 18 anni) e agli amateur. Viene valutato più l'esibitore che il cavallo ed è la gara ideale per chi voglia avvicinarsi alle gare western. Il cavallo, tenuto sempre alla longhina, deve compiere una serie di movimenti su un percorso che il giudice sceglie solo poco prima dell'inizio della gara. In questa gara viene giudicata l'armonia nella collaborazione tra cavallo e presentatore, che si impone sul cavallo con movimenti appena accennati, e molto spesso neppure notati da un occhio poco esperto. Le manovre che possono essere incluse nei percorsi di Showmenship sono la volta a 180°, a 360° e il back (retromarcia). Le volte si eseguono verso destra e richiedono che il cavallo si allontani (mentre tenderebbe a seguire il movimento dell'accompagnatore) mentre l'esibitore si muove verso la sua spalla per seguire la volta. Nella volta a360°, il cavallo dovrebbe tenere fermo il posteriore destro e girarsi senza muoverlo. Il back deve avvenire in linea retta per quattro passi, ai quattro passi deve seguire lo stop e il cavallo deve trovarsi ancora piazzato.

Western Horsemanship

E' una gara montata: si giudica l'abilità del cavaliere nella monta western, in base all'assetto, alle posizioni delle mani, al controllo e alla presentazione del cavallo nei vari esercizi richiesti. Il cavaliere lavora individualmente e deve eseguire una serie di esercizi che comprendono back, stop, cambi di passo (trotto, galoppo, passo), volte sugli arti posteriori o anteriori, galoppo contromano (es. galoppo sinistro su di un cerchio in senso orario) e cavalcare senza staffe. La gara non può durare più di 30 secondi e l'obbiettivo è quello di valutare l'abilità del cavaliere nel montare a cavallo.

Western Pleasure

E' sicuramente una delle più prestigiose e conosciute gare del circuito.

Cavalcare un cavallo da western pleasure è, come dice il nome, "un vero piacere!". Il cavallo ideale per una gara deve essere abbastanza alto, ben proporzionato, dotato di un'andatura elastica e confortevole, tranquillo ed ubbidiente. Il pastorale deve essere molto elastico, così da consentire al cavaliere di stare in sella, a tutte e tre le andature, facilmente e senza sobbalzi. La testa deve essere tenuta in posizione naturale, anche se i giudici tendono a preferire il cavallo che tenga il collo disteso parallelamente al terreno, con la testa perpendicolare allo stesso. I quarter debuttano nel Western Pleasure Futurity a 2 anni, e si devono esibire al passo, al trotto e al galoppo lungo i quattro lati dell'arena, mentre il giudice ne valuta l'andatura. Può richiedere di invertire il senso di marcia e back finali. Da notare che il giudice non informa prima i cavalieri dei movimenti che dovranno eseguire ma si limita a comunicarli allo speaker durante lo svolgimento della performance stesa. Le redini (che possono essere tenute a due mani solo nelle gare riservate a cavalli di 2 o 3 anni e montati con snaffle bit) devono essere tenute relativamente sciolte, dimostrando di controllare efficacemente il cavallo.

Trail Horse

E' la simulazione del lavoro di ogni giorno che un buon cavallo da ranch deve svolgere: i percorsi scelti dal giudice sono più svariati e possono mutare da uno show all'altro.

I cavalli devono superare gli ostacoli (cancello, barriere a terra, back a L, percorso con birilli, slicker, side pass, ponte, quadrato, scendere da cavallo e lasciarlo fermo con le redini appoggiate al suolo), molto diversi tra loro, mostrando naturalezza e docilità. Anche le andature da tenersi da un ostacolo all'altro non sono libere, e devono essere eseguite tutte almeno una volta. Questa gara, spesso non capita dal pubblico perché molto lenta e poco spettacolare, vede il cavallo affrontare ogni singolo ostacolo dimostrando di pensare a quello che sta facendo: deve muoversi lentamente misurando i passi e dominando quell'impeto naturale presente in tutti gli equini, che lo porterebbero a non rispettare i tronchi, paletti o quanto altro trovi durante un percorso di campagna. Ogni ostacolo deve essere superato con fluidità e senza inutili ritardi. La valutazione finale viene data in particolare sullo stile e sulla naturalezza con la quale il cavallo affronta l'intero percorso.

Reining

E' la gara più tecnica e proprio per questo motivo paragonata al dressage della monta inglese. Al cavallo vengono richiesti movimenti alquanto complessi e da eseguirsi secondo una sequenza prestabilita. Tutti i percorsi detti "pattern", prevedono esercizi obbligatori che sono: Sliding stop (al cavallo lanciato a galoppo viene dato l'alt in modo che lo stesso, bloccando il posteriore, scivoli lungo il terreno muovendo solo gli anteriori), lo spin (i cavalli facendo perno su un piede posteriore devono girare su loro stessi per quattro volte) e il roller back (dopo che è stato eseguito lo sliding stop il cavallo deve fare una immediata inversione del senso di marcia ripartendo a galoppo). Il percorso prevede l'esecuzione a galoppo sostenuto di una serie di cerchi più o meno larghi. Sono previsti anche cambi di galoppo, senza transizione al trotto. Anche in questo caso il cavallo mima una serie di esercizi che gli verrebbero richiesti nel radunare una mandria.

Cutting

Il cutting è una gara in cui i cavalli devono mostrare il loro innato cow-sense. Nell'arena è presente un gruppo di vitelli, il concorrente e quattro tour-back. Il concorrente deve entrare nella mandria lentamente ma senza esitazione e procedere al "taglio della mandria" (to cut cioè tagliare). Il cavaliere deve isolare un solo vitello al centro dell'arena. A questo punto inizia la fase più spettacolare: il cavaliere lascia le redini molto lunghe, il cavallo lavora completamente libero cercando di impedire al vitello di rientrare nella mandria. Ciascun concorrente ha a disposizione 2'30" per dimostrare l'abilità sua e del cavallo.

Un buon cavallo da cutting deve sovrapporre i propri movimenti a quelli del vitello, lo deve controllare, guardarlo negli occhi ed anticipare le sue mosse. Per fare ciò assume un atteggiamento caratteristico: piega i posteriori fino ad appoggiare i garretti, e ciò per riuscire a sfruttare al massimo la loro muscolatura, tutto questo abbassando gli anteriori e piegandoli fino a formare un angolo acuto col terreno.

Pole Bending

E' una gara a tempo che dimostra anche l'agilità del cavallo (le prime corse su strada del vecchio west), ciascun concorrente inizia con una partenza in corsa e il tempo viene cronometrato dal momento in cui la narice del cavallo attraverserà la linea di partenza fino al momento in cui toccherà la linea di arrivo. Il tracciato del Pole Bending prevede un percorso a slalom in mezzo a sei paletti disposti in linea retta a distanza di 6,40 m l'uno dall'altro.

Raggiunto l'ultimo paletto il cavaliere dovrà fare una volta di 360° e rifare lo stesso percorso per due volte fino all'ultimo paletto. Qui, dopo aver fatto ancora una volta a 360°, dovrà lanciarsi verso la linea d'arrivo dove verrà fermato il tempo. Il tempo è di solito vicino ai 22 secondi. Non è permesso l'uso del frustino, redini o speroni per incitare il cavallo ad avanzare più rapidamente. Si "pagano" 5'' di penalità per ogni paletto abbattuto e anche in caso di perdita del cappello in arena.

Barrel Racing

E' una gara a tempo: i concorrenti devono girare intorno a tre barili posizionati a triangolo. La rotazione intorno ai barili è di 360°: il cavallo dovrà passare sopra le orme da lui lasciate in precedenza. Un concorrente per portare a termine una gara impiega circa 19 secondi. Il barile può essere toccato ma non abbattuto: questo comporta una penalità di 5''.

Walk and Trot

E' la prima "uscita" a cavallo di bambini di non più di 12 anni di età. Si dovranno esibire al passo e al trotto lungo i 4 lati dell'arena, mentre il giudice ne valuta l'andatura. Può essere richiesto loro di invertire il senso di marcia e un back finale. Da notare che il giudice non informa prima i cavalieri dei movimenti che dovranno eseguire ma si limita a comunicarli alla speaker durante lo svolgimento della performance stessa. Questa gara ha come motto "cavalchiamo insieme verso il futuro" perché é rivolta a i nostri futuri youth che presto entreranno di fatto nelle gare ufficiali AQHA. Per quest'anno la gara non è ufficiale, ed i giovani si potranno esibire anche con cavalli non intestati a loro od ad un loro parente, come prevede il regolamento AQHA.

LE GARE INGLESI

Hunt Seat Equitation

Cavalli di razza americana sono montati con bardature all'inglese. Esalta la capacità del cavaliere nell'esibirsi nella monta all'inglese. Anche i cavalieri sono vestiti all'inglese: con stivali neri, camicia chiara, cap e giacca scura.

I binomi devono mostrare la loro capacità nell'eseguire una serie di esercizi la cui sequenza viene stabilita dal giudice. Il percorso o pattern, eseguito individualmente, non può durare più di 30''. Le mani del cavaliere devono essere rilassate e leggere e si deve avere l'impressione che il cavallo possa essere controllato agevolmente, eseguendo tranquillamente tutti gli esercizi che gli vengono richiesti. L'Hunt Seat Equitation riproduce i tradizionali dettami della monta inglese.

Hunter Under Saddle o English Pleasure

Questa gara, come le altre di stampo inglese, ha lo scopo di evidenziare l'ecletticità dei cavalli americani ed è infatti facile trovare cavalli che nell'ambito di uno stesso show passino in pochi secondi da una specialità "americana" ad una specialità "inglese".

In america i cavalli per le gare inglesi sono specificamente selezionati attraverso incroci con purosangue. Tali incroci permettono di ingentilire il cavallo e alzare la struttura tradizionale dei Quarter Horse, Paint ed Appaloosa senza però rinunciare alle caratteristiche fondamentali e proprie di tali razze e cioè docilità e tranquillità.

In questa gara i partecipanti devono percorrere l'intero perimetro dell'arena tutti insieme avanzando secondo i dettami già visti nell'Hunt Seat Equitation.

Analogamente alla gara Western Pleasure i binomi devono esibirsi sia al trotto che al galoppo sia a mano destra che a mano sinistra, devono saper star fermi ed indietreggiare senza problemi. Il passo, il trotto ed il galoppo richiesti in Hunter Under Saddle e in Western Pleasure sono fra loro nettamente distinti; il trotto ed il galoppo accorciati del Western Pleasure sono detti jog e canter, mentre quelli allungati e ampi delle gare english si chiamano trot e lope. Inoltre, nelle gare inglesi, vengono utilizzati un filetto snodato e le redini a due mani.

Hunter Hack

E' una gara che ha le caratteristiche sia dell'Hunter Under Saddle che del Walking Hunter. Al cavallo viene richiesto di superare 2 ostacoli di altezza variabile fra i 60 e gli 80 cm. Gli ostacoli non devono essere posti a meno di 10,5 m l'uno dall'altro.

Viene valutata in particolare la tranquillità del cavallo, il gesto, lo slancio, l'avvici­namento agli ostacoli e il controllo dell'impeto che ogni cavallo ha ogni volta che atterra dopo l'ostacolo.

Working Hunter

Si chiama Working Hunter (caccia alla volpe) perché simula il percorso di una gara di caccia all'inglese.

Esalta la grazia del Quarter Horse nel superamento di 4 ostacoli e sono obbligatori almeno 8 salti e un cambio di direzione. Fra un ostacolo e l'altro la distanza è di almeno 3,5 m, l'altezza degli ostacoli può variare dai 90 a 110 cm.

Il cavallo deve avvicinarsi all'ostacolo con ampie falcate senza interrompere il ritmo, frontalmente e saltando al centro della barriera.

SHOW

Ogni anno in Italia l'Associazione organizza mediamente una dozzina di prove attitudinali, che sotto l'egida dell'AQHA vedano i risultati conseguiti da ciascun cavallo trascritti nell'apposito "stato di servizio" o Show Record che ciascun Quarter Horse possiede.

Esiste in seno all'AQHA un'apposita commissione che sovrintende a tutto ciò qui espresso.

Le "figure" principali addette al corretto svolgimento delle prove attitudinali sono:

n    il giudice: deve essere in possesso di un'apposita Judge card rilasciatagli dall'AQHA presso la quale si deve aver sostenuto un approfondito esame che dimostri serie capacità di giudizio e la perfetta conoscenza di tutte le regole che compongono il RULE BOOK, cioè lo Statuto Americano al quale tutte le Associazioni devono attenersi.

E' fatto obbligo che nessun Giudice possa operare nel proprio Stato di residenza, ed è questa la ragione che tutte le prove che si svolgono in Italia vedono scendere in arena uno o più Giudici provenienti dagli Stati Uniti o da altri stati.

n     lo show manager ( il titolo viene rilasciato dalla AQHA, dopo la partecipazione a dei corsi che si tengono in tutta Europa), controlla i certificati dei cavalli, le tessere dei soci e deve permettere che lo show si svolga in rispetto delle regole del rule book.

n     Lo show secretary: ha più o meno le stesse mansioni dello show manager, ed usualmente si occupa di elaborare al computer l'intero show.

n     Il ring steward (aiutante di campo) sta vicino al giudice durante lo svolgimento di tutte le gare (lo deve tenere di buon umore!) ed è il filtro tra il giudice e il concorrente, che per regolamento non può parlare al giudice per tutto lo svolgimento della gara.

n     La speaker: annuncia in inglese e nella lingua del paese dove si svolge lo show, l'ordine d'entrata dei cavalli e comunica ai cavalieri e al pubblico le varie disposizioni che il giudice richiede loro. Una buona speaker è molto importante per la riuscita di uno show (l'atmosfera della gara impedisce al pubblico di addormentarsi durante le gare più lente, e lo calma durante le gare più "eccitanti").

n     Il gate man: sta all'entrata dell'arena e si occupa di far sì che tutti i cavalli entrino in arena rispettando l'ordine di entrata stabilito dallo show manager (è il computer che elabora l'ordine di entrata). Deve essere in grado di riconoscere cavalli e cavalieri.

Inoltre esiste la figura dell'organizzatore: si occupa del noleggio dell'arena, dei premi e di tutta la parte burocratica, normalmente è anche lo show manager.


 

 

LE SVENTURE DEI CAVALLI DI MAREMMA

Anna Maria Spada

Nel precedente numero del giornale le mie cosiddette "ipotesi" o "ippotèsi" sul cavallo maremmano, dopo aver trattato con cenni veloci le origini etrusche, celtiche e longobarde dei nostri cavalli, si fermavano ad un periodo drammatico per la Maremma e per la sua zootecnia: la dominazione senese.

Avevo infatti bisogno di essere sostenuta, oltre che da storici maremmani come Grottanelli, Ciacci, Prisco ecc., anche da storici per così dire legati allo specifico mondo del cavallo. L'ho trovato!

Citerò quindi ciò che ci dice sulla dominazione senese il prof. Giuseppe Bonavolontà in un apprezzabile testo sul cavallo maremmano.

"Il rinascimento della Toscana ed in particolare della Maremma iniziò quando Firenze conquistò Siena. Cosimo I° dei Medici toccò con mano le miserie del Grossetano: Le Maremme, sotto il governo dei Senesi, erano state abbandonate tanto che durante la dominazione senese gli abitanti di Grosseto scesero da 1200 a poco più di un centinaio".

E sin qui il professore.

Ma vorrei ancora citarlo a proposito del sottotitolo dato precedente articolo: "Cavalli grandi che sono diventati piccoli…" che ha lasciato adito a devianti interpretazioni.

A sostegno della nostra tesi sui cavalli longobardi grossi e robusti citiamo ancora il prof. Bonavolontà, sempre a proposito dell'allevamento feudale in Maremma: "I signorotti medioevali preferirono allevare derivati germanici (di cui parla anche il Sanson), quelli in origine importati dai Longobardi, piuttosto che incrementare le razze locali.

Ma non si può escludere che gli eccellenti risultati ottenuti in quegli anni fossero conseguenza anche degli incroci con razze indigene, temprate dal clima difficile e rese forti dall'asprezza del territorio.

Sta di fatto che andarono per la maggiore i cavalli robusti, alti di statura e solidi sulle zampe. Dovevano portare pesi sovrumani ma allo stesso tempo essere veloci e ben addestrati".

Ho citato il prof. Bonavolontà per raccontare un periodo nefasto per i nostri cavalli e non solo: la dogana dei pascoli.

Abbandonati a sé stessi, frutto spesso di reiterate consanguineità, molte delle tare genetiche che troviamo in certi cavalli di maremma affondano le loro radici in quei terribili tre secoli di totale abbandono. Non c'era allora poesia del "selvaggio", ma solo miseria e abbandono.

Tengo a sottolineare la gravità di questo periodo per esaltare, nonostante tutto, la grande resistenza di quelle mandrie brade i cui discendenti sono giunti a noi.

Molte volte ho cercato di immaginare come sarebbero oggi quei cavalli, se non avessero avuto quei secoli e altri ancora di totale abbandono.

Con l'arrivo dei primi Medici la Maremma conobbe un certo periodo di risveglio, e così anche i cavalli, indispensabili perché legati profondamente all'evolversi della sua storia.

Per tutto il Cinquecento fino ai primi del Seicento, raccontano i viaggiatori, "si trovavano in Maremma buone razzette…".

D'altronde i Medici avevano cominciato ad allevare, nella pineta di San Rossore, la razza così detta "gentile pisana".

Questi forse sono i cavalli che il giovane Leonardo vedeva sui lungarni e tratteggiava, immortalandoli nei suoi schizzi.

Alcuni di questi stalloni operarono nell'alta Maremma, presso i signorotti locali, contribuendo cosi a risollevare le sorti della razza Maremmana.

Ma non tutti i Medici si chiamavano Cosimo o Lorenzo; così, dopo un primo rinascimento, verso la metà del Seicento iniziò per la Maremma ed i suoi cavalli un ulteriore periodo di declino ed abbandono.

Il loro riscatto non era ancora giunto!

Insomma, alla base dei miei ragionamenti intorno al cavallo Maremmano sta questa riflessione: senza uno sviluppo zootecnico, senza programmi allevatoriali chiari e lungimiranti, anche la buona volontà del singolo viene soffocata.

E' dimostrabile: "Maremma arretrata, razza sprecata!" diceva un vecchio allevatore di cavalli.

Nel prossimo numero, sull'arrivo dei Lorena dopo la decadenza degli ultimi Medici, preparerò, analizzando gli ultimi duecento anni, dai Lorena allo Stato unitario, dal Regime fascista al periodo repubblicano, l'articolo di chiusura che sarà sull'attualità e sul da fare in vista del futuro.


 

 

Mascalcia

FERRATURE TERAPEUTICHE

Fabio Biagini

La ferratura terapeutica viene applicata quando il piede, o in alcuni casi anche l'arto, sono soggetti ad una malattia.

La malattia si manifesta con la zoppia, atteggiamento antalgico che può essere notato immediatamente anche dall'osservatore meno esperto in quanto determina una anormale deambulazione, ma che può essere anche talmente lieve da non influenzare apparentemente i movimenti: queste zoppie sono rilevabili dai cambiamenti di morfologia dello zoccolo.

Le principali malattie del piede sono:

 

IMPUTRIDIMENTO O MARCIMENTO DEL FETTONE

CANCRO DEL FETTONE

INFIAMMAZIONE DEL CERCINE PERIOPLICO e/o CORONARIO, detto mal dell'asino.

LAMINITE O PODOFLEMMATITE

SINDROME NAVICOLARE E NAVICOLITE

ARTRITE-ARTROSI  DELLE SINGOLE OSSA O DELLE ARTICOLAZIONI

PROLIFERAZIONI OSTEOFIBROSE (formelle, schinelle)

CONTUSIONI SOLEARI (sobbattiture e premiture)

SETOLE

FERITE DA CHIODI DI STRADA(corpi estranei che calpestati penetrano nel piede)

INCHIODATURE E SCOTTATURE (causa maniscalco!)

INFIAMMAZIONI e/o LESIONI DEI TENDINI E DEI LEGAMENTI (comprese zone degli stinchi, ginocchia, garretti.)

Per ogni patologia occorre la ferratura terapeutica adatta, ma come si può facilmente intuire nella maggior parte dei casi il maniscalco non può agire da solo, ma deve collaborare con un veterinario, ed allora certamente si potranno risolvere le malattie del nostro paziente!


PROVERBI

 

Per un chiodo si perde un ferro, e per un ferro un cavallo.

 

Dove può andar barca, non vada carro, dove può andar carro, non vada cavallo.

 

Anche un pagliaio è grande, e se lo mangia un asino.

 

Chi accarezza la mula, buscherà de' calci.

 


 

veterinaria

LE COLICHE NEL CAVALLO

paolo rizzi

E' una grande difficoltà affrontare un argomento così vasto della medicina veterinaria in uno spazio così ristretto, cercando allo stesso tempo di essere esaurienti e chiari a tutti. Cominciamo col dire che il termine "colica" significa solamente dolore, perlopiù di origine addominale; questo segno clinico può essere generato da una serie di malattie piuttosto vasta, ma quasi sempre di localizzazione intestinale. Rimangono fuori le cosiddette coliche di reni, molto rare nel cavallo e comunque di difficile diagnosi da parte dei veterinari; vengono diagnosticate invece molto facilmente, e frequentemente, da alcuni praticoni. Il blocco dell'urinazione che si verifica in alcuni casi è dovuto al dolore e non ad una patologia renale

I sintomi fondamentali, che tutti quelli che hanno pratica di cavalli hanno visto, sono l'agitazione, il dolore più o meno intenso, la tendenza a sdraiarsi o a rotolarsi addirittura, la sudorazione. Il problema è che iniziano in questo modo tutte le coliche, sia quelle facilmente curabili che quelle mortali, il che rende necessaria una diagnosi precoce ma non facile per la scarsa possibilità di esaminare a fondo l'apparato digerente. Esistono fondamentalmente due grandi categorie: le coliche "chirurgiche", ossia quelle che sono curabili solo con un intervento chirurgico, e le coliche mediche, ossia curabili anche solo con somministrazione di farmaci.

Le coliche chirurgiche sono generate da un cambiamento di posizione dell'intestino che si avvolge su se stesso bloccando il circolo sanguigno e creando delle zone "strozzate"; perlopiù avvengono casualmente e quindi possiamo fare ben poco per prevenirle. Anche intervenendo tempestivamente la percentuale di riuscita non è molto alta.

Le coliche mediche ci interessano di più perché riconoscono dei fattori predisponenti sui quali è possibile intervenire a scopo preventivo. Per questo è indispensabile tenere sempre presente che il cavallo è stato progettato dalla natura per mangiare erba, ossia un alimento ad alto contenuto di fibra e acqua, in modo pressochè continuo e in movimento. La composizione del pascolo è in genere piuttosto stabile. In particolare il movimento aiuta la motilità intestinale e il funzionamento dell'apparato circolatorio.

L'addomesticamento ha stravolto questa situazione e il cavallo si è trovato a vivere per gran parte della giornata in spazio molto ristretto, mangiando foraggi secchi associati a concentrati di alto potere energetico e somministrati nel migliore dei casi tre volte al giorno; in aggiunta anche di composizione variabile a seconda della reperibilità.

Una o più di queste cause associate possono creare delle turbe alla funzionalità dell'apparato digerente che in genere portano alla costipazione, ossia al ristagno di alimento, oppure alla fermentazione eccessiva (colica gassosa). La colica da costipazione, statisticamente di gran lunga la più frequente, si crea per ingestione eccessiva di foraggi secchi di scarso valore nutritivo come la paglia, associata a confinamento in spazio ristretto. E' classica la situazione del cavallo che rimane chiuso in box per cattivo tempo o assenza del proprietario e per noia mangia la paglia della lettiera: il giorno dopo sarà sicuramente in colica. I sintomi in questo caso saranno quelli già detti prima con in più la diminuzione o la scomparsa dei rumori intestinali, facilmente controllabili appoggiando un orecchio alla parete addominale; il veterinario potrà rilevare con l'esplorazione rettale la presenza delle masse di alimento. Questa colica si cura con la somministrazione di analgesici e di purganti contenenti olio di paraffina e sale inglese in quantità elevata per bocca, se necessario si somministrano soluzioni reidratanti per fleboclisi. Non ha nessun senso ed è anzi molto pericolosa la somministrazione di clisteri, come è talvolta abitudine dei soliti praticoni, così come è assolutamente controindicata la somministrazione di diuretici (Lasix) perche non fanno altro che aggravare la disidratazione presente in questi casi. Come primo intervento è molto utile far camminare il cavallo in colica perché questo facilita la motilità intestinale e aiuta a sciogliere i crampi, tanto che a volte è sufficiente questo a risolvere la situazione. Ovviamente almeno nel giorno seguente il cavallo andrà tenuto a digiuno e senza lettiera, con acqua a disposizione. Rientra in questo capitolo la colica-da-beverino-rotto-senza-che-nessuno-se-ne-accorga.

La colica gassosa invece si crea per bruschi cambiamenti alimentari a cui la flora microbica intestinale non riesce ad adattarsi in tempo, come ad esempio la messa al pascolo di cavalli abituati a stare in box e alimentati con foraggio secco senza creare un passaggio graduale, oppure il passaggio da un pascolo ad un altro di composizione molto diversa, oppure ancora il passaggio brusco tra due partite di fieno molto diverse. Avviene quindi che i gas che si creano normalmente durante il processo digestivo aumentano in maniera superiore alle capacità di eliminazione I sintomi in questo caso sono gli stessi già ricordati, di intensità molto variabile a seconda dei movimenti dei gas all'interno e l'aumento dei rumori intestinali.Il veterinario potrà sentire con l'esplorazione rettale la presenza del gas. La terapia è a base di analgesici e spasmolitici, soluzioni reidratanti e movimento per facilitare l'eliminazione del gas.

Solo un ricordo meritano le coliche da vermi, perché possono essere anche mortali; non più di un accenno perché con i vermifughi attualmente in uso è possibile decidere se accettare questo rischio o eliminarlo del tutto.

In conclusione, è possibile affermare che le coliche possono essere in buona parte prevenute rendendo possibile ai cavalli un corretto regime di vita e di alimentazione, che rispecchi il più possibile la loro natura acquisita in milioni di anni di selezione ambientale. Se poi dovesse capitare ugualmente, è bene avere a portata di mano con un paio di scarpe comode il numero telefonico del proprio veterinario di fiducia e prepararsi a passare in sua compagnia qualche ora di tempo.


 

 

L'asina diventa mamma

come comportarsi per aiutare madre e figlio

in occasione del parto

Barbara Vieri

L'asina, come tutti i mammiferi, è in grado di procreare dal momento in cui raggiunge la pubertà, fase della vita che, in questa specie, compare tra i 15 ed i 18 mesi d'età e nella quale viene raggiunta la maturità sessuale, ma non ancora il completo sviluppo fisico; per quest'ultimo motivo è preferibile attendere il compimento del 3° anno d'età prima di farle sostenere una gravidanza per permetterle di terminare l'accrescimento. Sono molto importanti l'alimentazione e lo stato sanitario affinché la fattrice asinina sia in grado di portare avanti una gravidanza nel migliore dei modi possibile.

La gestazione dura 12 mesi con una media di 355-365 giorni e un massimo di 380 giorni. La durata della gravidanza è influenzata dalla razza, da fattori individuali, dal clima, ecc. Per sapere se l'asina è gravida si può ricorrere all'aiuto di un veterinario che per mezzo di un'esplorazione manuale o con l'utilizzo dell'ecografo può dare un riscontro certo a partire rispettivamente da 30 e 14-15 giorni dall'accoppiamento. I segni evidenti della gestazione, soprattutto in un'asina primipara, si hanno di solito intorno all' 8°-9° mese con l'addome che aumenta di volume e la mammella che comincia ad ingrandirsi per prepararsi alla lattazione. All'undicesimo mese la mammella è gonfia e la fattrice si muove con maggiore prudenza. Da questo momento in poi è bene tenere la fattrice sempre sotto controllo per potere intervenire prontamente in suo aiuto nel caso si manifestasse un imprevisto. Nelle 72 ore precedenti il parto le mammelle cominciano la secrezione lattea: si ha l'inturgidimento dei capezzoli che possono presentare, nelle ultime 24 ore, alla loro sommità, delle gocce sierose dette perle di latte. I legamenti pelvici si rilasciano, così come le labbra vulvari. Quando il parto è prossimo, di solito l'asina si mostra irrequieta e smette di mangiare. In genere i parti avvengono di notte o nelle prime ore mattutine a meno che l'asina non si renda conto di essere in difficoltà ed allora può cercare l'aiuto dell'uomo e partorire durante il giorno.

Il parto è caratterizzato da una serie di eventi che si susseguono senza interruzione che per motivi di semplicità vengono suddivisi in: fase prodromica, in cui l'asina cerca di appartarsi ed è inquieta; fase dilatatoria, che è la fase in cui iniziano le contrazioni uterine. In questa fase l'asina è molto nervosa, alza spesso la coda in atteggiamenti di defecazione, dimostra dolori similcolici, si ha aumento della frequenza respiratoria. Questa fase può durare anche un giorno intero, ma solitamente si risolve in poche ore e l'evento che ne segna la fine è la cosiddetta "rottura delle acque" che assicura la lubrificazione del canale del parto; fase espulsiva, in cui l' asina si mette a terra in decubito laterale ed aumenta la frequenza delle contrazioni. A questo punto, se il feto è in posizione normale, cioè con gli arti anteriori ben distesi e la testa allungata in avanti, cominciano a spuntare le punte degli zoccoli anteriori ancora all'interno dell'invoglio fetale che a seguito di altri violenti forzi espulsivi della madre si rompe e si ha la fuoriuscita della testa del puledro dalla rima vulvare della madre. A volte, in questo momento, l'asina può mettersi in stazione quadrupedale per favorire la fuoriuscita del puledro o può avere bisogno di un piccolo aiuto perché magari il puledro è grosso. Se ci si accorge che il puledro è in una posizione errata o che seppure ben posizionato e con l'aiuto nostro non riesce ad uscire è importante non perdere tempo e richiedere subito l'intervento del veterinario. Importante nella fase finale è la lacerazione del cordone ombelicale che stimola il primo atto respiratorio del neonato. Se ciò non avviene naturalmente, prima di  lacerare il cordone bisogna assicurarsi che il muso del neonato sia libero dagli invogli perché altrimenti può inspirare i liquidi fetali e morire.

Dopo alcuni attimi di riposo la madre comincia a leccare il puledro che nel giro di un'ora è in grado di alzarsi e cominciare a succhiare il latte. Se il puledro tarda ad alzarsi è bene stimolarlo un po' ed aiutarlo a mettersi in piedi.

Il secondamento (espulsione della placenta) avviene nel giro di 30-180 minuti dopo il parto. Se questo non accade può essere pericoloso per la salute della madre ed è necessaria la visita di un veterinario.

Solitamente l'asina, come la cugina cavalla, partorisce un solo puledro, ma non sono molto rari i parti gemellari, anche se in questi casi la sopravvivenza di uno e spesso di ambedue i soggetti è minima.

Come già accennato il puledro è in grado di suggere il latte da una a due ore dopo il parto. Il primo latte si chiama colostro, è filante, denso, ricco di anticorpi ed è prodotto solo nei primi giorni dopo il parto. Esso è molto importante perché ha una funzione purgativa permettendo al neonato di liberarsi dal meconio (materiale fecale accumulato durante la vita intrauterina) e gli fornisce gli anticorpi necessari per la prima difesa immunitaria passiva.


 

 

 

 

VETERINARIA

COMPORTAMENTO ALIMENTARE DEL CAVALLO

Paolo Rizzi

L'ambiente in cui vive il cavallo condiziona fortemente il suo comportamento alimentare. Al pascolo, infatti, esso si trova in completa libertà, molto spesso in compagnia di altri cavalli, e può alimentarsi in funzione dei suoi fabbisogni, della disponibilità di foraggio, delle condizioni ambientali, della sua posizione nella gerarchia del branco. In scuderia il cavallo riceve una razione la cui natura può essere molto varia e, in ogni caso, dipendente dall'operato dell'uomo.

Il comportamento del cavallo al pascolo è stato ben studiato, sia attraverso osservazioni dirette, sia attraverso l'utilizzo di registratori automatici che permettono di misurare i tempi di masticazione. La durata dell'attività di pascolo quotidiana di un cavallo è spesso superiore alle 14 ore complessive. L'attività notturna occupa un tempo compreso tra il 20 ed il 50% del totale. Il pascolo viene effettuato a cicli (da 3 a 5) durante i quali l'insieme del branco si alimenta. Questi cicli sono intervallati da periodi di riposo, il loro inizio e la loro fine sono regolati dal sorgere del sole, dal calare della notte, dal comportamento gregario del branco e dalle condizioni ambientali generali.

Il clima in particolare può influenzare lo svolgersi delle attività alimentari. Ad esempio l'aumento della temperatura, che si accompagna alla comparsa di mosche, tafani e zanzare, fa sì che si riduca anche di molto l'attività diurna a vantaggio di quella notturna. I tempi di pascolo più prolungati vengono raggiunti ad una temperatura ambientale di 18°C. L'aumento dell'umidità relativa determina un prolungamento delle attività alimentari, ad esempio il verificarsi di una pioggia debole ed intermittente allunga l'attività diurna di circa un'ora, mentre una pioggia violenta ne provoca una riduzione.

Le caratteristiche proprie di ogni soggetto (età o stadio fisiologico, razza, condizione di salute, ecc.), ne condizionano il comportamento. Il puledro inizia già in tenera età (30-40 giorni) a consumare erba fresca. Successivamente il tempo da lui dedicato al pascolo aumenta regolarmente fino a raggiungere allo svezzamento l'80% del tempo impiegato dalla madre. Nelle settimane successive allo svezzamento, esso aumenta ancora per poi stabilizzarsi all'età di un anno. Questo comportamento dà modo al puledro di abituarsi gradualmente all'alimentazione solida e di evitare quasi del tutto stress alimentari dovuti allo svezzamento. Le fattrici in lattazione si alimentano più a lungo rispetto agli altri soggetti, sicuramente per soddisfare gli accresciuti fabbisogni, ma anche per compensare il disturbo dovuto alle frequenti poppate del puledro (fino a 70 nel primo mese di lattazione).

Specialmente all'estero (Nord Europa) si sfruttano forme di pascolo miste (più frequentemente bovini-equini). Il carico di animali per ettaro sembra comportare un allungamento della durata del pascolo diurno. L'associazione tra cavallo e bovino, in rapporti tra loro che vanno da 1 a 1 a 1 a 3, ma per uno stesso carico globale espresso in kg di peso vivo per ettaro, non sembra però aumentare il tempo di pascolo diurno, piuttosto sembra ridurre il numero di cicli di pascolo. Il pascolo ottimale di cavalli sul territorio, in funzione della ricchezza del pascolo, varia da 1 a 3 per ettaro, l’associazione tra bovini ed equini è particolarmente favorevole in quanto le due specie brucano a due altezze diverse, raso al suolo il cavallo (1-2 cm.), più in alto il bovino.

Il cavallo in libertà mostra di essere dotato di una grande capacità di autoregolazione nel nutrirsi. Probabilmente tale capacità gli deriva dal fatto di non poter beneficiare di una digestione molto efficiente, il che lo costringe a mantenere alto il livello di ingestione volontaria.

In scuderia, il regime alimentare del cavallo può essere costituito o da razioni composte da foraggi essiccati (fieni-paglia) o, più spesso, da razioni composte da fieno, cereali e/o mangimi.

La completa dipendenza dall'uomo condiziona marcatamente il comportamento del cavallo.

Lasciando infatti a sua disposizione fieno a volontà, potremo osservare che la sua attività masticatoria si protrae per 9-13 ore, suddivisa nella giornata in 11-12 pasti. Se somministriamo il fieno in 2 abbondanti razioni quotidiane osserveremo che queste verranno seguite da 2 pasti prolungati che occuperanno il 40% dell'attività masticatoria totale. Con il fieno a libera disposizione l'attività alimentare notturna occupa ancora uno spazio rilevante compreso tra il 32 e il 40% del tempo notturno con pasti intervallati da periodi di riposo (3-5).

La masticazione meticolosa dei foraggi si associa ad una forte produzione di saliva (in media 4 kg di saliva per 1 kg di fieno) variabile in funzione della natura e della percentuale di sostanza secca consumata. Il tempo unitario di ingestione (il tempo necessario per ingerire 1 kg di sostanza secca) è elevato in condizioni ottimali (da 40 a 55 minuti per 1 kg di sostanza secca di meno con 3000-3500 atti masticatori) come anche il numero di boli prodotti (80). Se il fieno viene offerto al cavallo solo in occasione di pasti a orari prestabiliti in quantità ed in qualità, ben definite, la durata totale ed unitaria del tempo di ingestione si riduce in modo significativo. I pasti che seguono le somministrazioni si allungano fino ad occupare i 2/3 dell'attività alimentare quotidiana. In queste condizioni si annulla quasi completamente l'attività notturna che invece è molto importante anche per garantire un buon equilibrio mentale al cavallo.

Quando il regime alimentare del cavallo scuderizzato è prevalentemente costituito da alimenti concentrati (cereali e/o mangimi), il suo comportamento ne viene ulteriormente influenzato. La masticazione di un kg. di alimento concentrato richiede dai 10 ai 20 minuti e solamente 800-1200 atti masticatori. Anche le modalità di somministrazione e la presentazione degli alimenti (farine, schiacciati, pellets, ecc.) influiscono sul comportamento. Riducendo il numero dei pasti quotidiani (ad es. due), aumenta la voracità con cui vengono consumati, si riduce il tempo di ingestione ed il numero di atti masticatori a discapito di una corretta digestione. La masticazione, infatti, oltre alla sua peculiare funzione predigestiva, innesca un arco riflesso che stimola la motilità dello stomaco, facilitandone lo svuotamento, e favorisce l'attività secretoria di stomaco e pancreas. La digestione nel cavallo è condizionata, principalmente, da una masticazione accurata, da un'elevata velocità di transito gastrico, da una digestione enzimatica breve ma intensa nell'intestino tenue e, infine, da un'azione microbica prolungata nel grosso intestino.

L'osservazione ormai approfondita del comportamento alimentare del cavallo in condizioni naturali indica quale debba essere la gestione dell'alimentazione di un animale scuderizzato. Senza voler ora entrare nel merito delle tecniche di alimentazione di diverse categorie di animali (riproduttori, puledri, cavalli sportivi) che vedremo in seguito, è utile ricordare che un corretto regime alimentare non può essere impostato senza tener conto di quanto sopra esposto, dato che il suo fine è sì quello di soddisfare i fabbisogni, ma è anche quello di garantire al cavallo il mantenimento di un soddisfacente equilibrio psicofisico. È perciò necessario programmare un razionamento che occupi il più possibile il suo tempo, frazionando il numero dei pasti (magari con l'impiego di distributori automatici), lasciando nel box un po' di fieno raccolto in una reticella, mettendogli a disposizione un paddock. Inoltre sarebbe opportuno che almeno una parte della razione (fieno) venisse consumata durante la notte.

Questi semplici accorgimenti consentiranno al cavallo di dedicarsi per più tempo e per più volte al giorno ad un'attività per lui molto piacevole, gli permetteranno, in più, di masticare l'alimento più a lungo e più meticolosamente favorendo così un ideale svuotamento gastrico e una migliore digestione. I vantaggi che si traggono da una corretta alimentazione appaiono determinanti quando si devono razionare animali dagli elevati fabbisogni (fattrici in lattazione, puledri, cavalli sportivi in lavoro intenso) che necessitano di elevati apporti di sostanza secca e utilizzano alimenti molto concentrati in energia e/o proteine.


 

 

REDINI LUNGHE

l’arte di guidare i cavalli

 

Il termine "redini lunghe" ha un duplice riferimento: indica il lavoro di addestramento del cavallo condotto a mano dal retro - tipico di "alta scuola" -, ma si riferisce anche, e in modo dettagliato, al lavoro con gli "attacchi", dove - appunto - ci si serve di redini lunghe anziché di quelle corte impiegate a sella.

La guida a redini lunghe non è certo trascendentale. Però non è detto che basti sedersi a cassetta con le redini in mano e lasciare il cavallo a sbrogliarsela da sé.

La comunicazione

Comunicare col cavallo è il mezzo fondamentale per ogni tipo di equitazione. Per farlo si fa ricorso a mezzi sussidiari detti “aiuti”, che si impiegano in ordine diverso.

Col cavallo da sella - tanto per intenderci meglio – gli aiuti si suddividono in:

- “aiuti naturali”: assetto (peso del corpo), gambe, mani, voce, sguardo;

- “aiuti artificiali”: frustino (frusta), speroni e “vari” generi di imboccature.

Negli attacchi, venendo ovviamente a mancare il peso del corpo e l’azione delle gambe, gli “aiuti” a disposizione si riducono: all’azione delle mani, alla frusta, al richiamo della voce, dello sguardo, cui va aggiunto, con un aspetto particolare, l’utilizzo dei paraocchi.

Ma la mancanza dei due mezzi principali, peso del corpo e gambe, obbliga a far uso dei restanti in sede ridotta, utilizzandoli il più opportunamente possibile. Il mezzo di comunicazione più consistente resta la mano, che, tramite redine e imboccatura, regola l'impulso ed indica la direzione. La sua azione di rilievo trova impiego tramite comandi che devono essere assai precisi ed applicati con riguardo e delicatezza.

A tal fine occorre ricordare che la parte della mandibola su cui agisce l’imboccatura, è un punto molto sensibile e, rappresentando il mezzo di comunicazione più importante, deve essere impiegato col massimo della attenzione.

Potete rendervene conto direttamente ispezionando le barre (spazio interdentario): sono composte da un sottile strato di pelle che ricopre le due cartilagini mascellari assai morbide e tale da sopportare malamente ogni men che minimo strapazzo. Ma è proprio li, tramite l’imboccatura, che agisce la mano del conduttore munita della maggiore cautela possibile. Purtroppo non è sempre così e si verifica invece il contrario per colpa di strapazzi inflitti da mani inutilmente aggressive, che provocano danni a non finire. E’ per questo motivo che la maggior parte dei cavalli che si vede in giro è decisamente “contro la mano”, motivo per cui scuotono la testa ed “incensano” in continuazione, nell’inutile tentativo di liberarsi dall’inconveniente. Questi disagi provocano un comportamento molto negativo: infatti l’impegno di quei sfortunati cavalli non è più rivolto a fare ciò che gli viene richiesto, ma si concentra esclusivamente sul modo in cui difendersi da questa cattura. Rendetevene conto: perché quei cavalli “incensano” in continuazione? E’ troppo evidente: cercano soltanto di attenuare in qualche modo l’enorme cattura che stanno subendo le loro barre. Ne volete la controprova? Toglietegli l’imboccatura e vedrete che smetteranno subito di incensare.

Il puledro alle prime prese con l’imboccatura ne viene ovviamente imbarazzato e fin tanto che non avrà compreso bene la sua funzione, si comporta disordinatamente nei confronti della stessa. Ne consegue che l’imboccatura usata deve essere la più delicata possibile e la mano che la governa deve essere assai scrupolosa e attenta, al punto di alleggerirsi sempre, senza opporre mai pesanti resistenze. Meglio lasciar correre, piuttosto che contrastare rozzamente delle disobbedienze. Ricordo che è molto utile al fine di preservare la “freschezza” della bocca di un puledro di abbinare alla imboccatura, specialmente nei primi impieghi, un nasalino leggero che ottiene sempre esiti ottimali. Poco alla volta il gesto gentile della mano sarà recepito e ricambiato con altrettanta gentilezza, fino al punto in cui si giungerà a trasmettere il comando col solo pensiero e il cavallo di sicuro lo intenderà. Questo è il principio per il quale il pensiero diventa un aiuto per controllare il cavallo.

Un aiuto di grande utilità è la voce che accompagna ogni ordine fisico dato al cavallo, rappresentando il mezzo per un colloquio continuo appena sussurrato (il cavallo ha un udito formidabile). Conta molto il tono della voce: dolce e persuasivo, o grave e severo; ma mai alterato: genererebbe solo paura e resterebbe incompreso. Alcuni motti coincisi, del tipo: "Vai, stop, adagio", coadiuvati da alcune modalità di fischio, o sibilo (uno per contenere, e l‘altro per incoraggiare), vengono recepiti proprio nel loro significato e ottengono risultati assai concreti. Un suono utile è quello che si ottiene facendo schioccare a lingua contro il palato, detto in gergo “dare la rana” (considerato rozzo: ma non per il cavallo, che lo comprende bene).

 

Dopo l'aiuto della mano e della voce, l'impiego della frusta rappresenta l'aiuto più tangibile per comunicare coi cavalli.

Vediamo un momento, prima il mezzo e poi il suo uso. Una frusta può essere combinata in due modi simili: uno con l’attacco per allacciarvi la battuta mobile; oppure, col prolungamento flessibile della parte superiore della stessa, che in questo caso si sviluppa direttamente in battuta. La battuta, nella sua parte terminale, è dotata di sferzino o mozzone (corta appendice in canapa) che, tramite un certo movimento, produce uno schiocco. La lunghezza di una frusta varia secondo dell’impiego. In calesse basta una frusta corta; per un attacco plurimo in carrozza è opportuno che sia leggermente più lunga. Quando deve essere impiegata con due cavalli in tandem, o con un tiro a quattro, deve poter raggiungere i cavalli di volata, per colloquiare con gli stessi.

La frusta va impugnata con la mano destra, che la tiene leggermente inclinata in avanti verso sinistra. Il suo impiego può trovare diverse finalità: toccando leggermente il cavallo con la battuta arrotolata nella sua parte solida, si impartiscono indicazioni di direzione a seconda di dove tocchi il cavallo: a destra o a sinistra, per intendersi, quasi in analogia coi vari effetti di gamba. Usandola invece con la battuta sciolta assume la funzione di un incitamento più marcato, per similare l'azione delle gambe nel mantenere vivo l'impulso in avanti. Ciò si ottiene toccando leggermente il cavallo con la battuta, o effettuando uno schiocco ed anche un semplice e moderato sibilo dalla battuta. Per analogia all’uso del frustino, con la frusta si può esercitare una azione punitiva, allorché se ne ravvisi l'opportunità, impiegandola comunque moderatamente, ma con energia e fermezza.

L'azione coordinata di mani, voce e frusta rappresenta dunque una combinazione armonica con la quale il conducente comunica la propria volontà al cavallo, che risponde obbedendo serenamente agli ordini trasmessi anche con la frusta cui deve essere abituato, senza eccessivi e timorosi risvolti.

Occorre abituare il cavallo ad un particolare effetto di frusta, quello che simula la carezza sul collo. Lo si può ottenere facendo passate la battuta leggermente sul dorso e sulla groppa del cavallo con una particolare delicatezza, proprio per farla assomigliare alla carezza. E il cavallo in tal senso la recepirà se avrete saputo conquistarvi la sua completa comprensione.

E’ utile ricordare che tutti i vari modi di comunicare col puledro o col cavallo possono essere svolti molto opportunamente col lavoro alla corda.

* * * * *

La guida con redini lunghe non è complicata ed è accessibile a tutti. L'ho già detto ... quando l'età non consente più il rischio di un capitombolo dalla sella: un bravo cavallo, ben addestrato, appropriatamente "vestito" e ben attaccato ad un opportuno "legno", può sopperire alla stessa stregua nel fare dell'equitazione, con altrettanta soddisfazione, ma più comodamente.

Con le vetture dotate di mantice e col sussidio di buone coperte, anche se il tempo non è propizio, resta possibile ripararsi dalle intemperie allorché la stagione non è clemente per consentire gite in campagna, certo in condizioni di riparo migliori che stando in sella. Il cavallo o i cavalli, con una buona tela cerata, potranno essere giustamente riparati e protetti.

Il fatto di dover tenere le redini con una sola mano, comporta l'esigenza che il cavallo debba essere assai ben addestrato e sensibilizzato agli ordini leggeri che riceve. In altri termini la guida corretta con una sola mano, richiede che il cavallo (o i cavalli) rispondano a chiamate molto contenute. Non è detto tuttavia che, la mano destra, senza abbandonare la frusta, non debba intervenire di sovente - specialmente in sede di istruzione iniziale - per conferire maggiore incisività nei momenti più cruciali, in cui sia necessario effettuare chiamate con entrambe le redini in contemporanea per impartire comunicazioni rilevanti che verranno interpretate dal cavallo nel giusto senso correttivo richiesto dal conducente.

Nulla è più leggero in equitazione della guida a redini lunghe. Arrivare all'ambito traguardo in cui il cavallo risponde leggero al contatto affidato alle redini (e agli altri aiuti che lo governano), per cui risponde spontaneamente e senza esitare, è la migliore ricompensa del lavoro fatto da un bravo conducente.

 

Per il momento mi soffermo qui. Ma gli argomenti di cui parlare in fatto di attacchi sono ancora moltissimi. Pensate: finimenti, carrozze, cavalli, razze e modelli, alimenti. E tanti altri ancora coi quali dialogare con gli appassionati su questa rivista, ma anche direttamente in qualche opportuna occasione. Quindi arrivederci a presto.

Gianni Baroni

foto da "Cavalli e Carrozze"


 

 


dal GIORNALE D'IPPOLOGIA, Pisa

del 17 aprile 1900

In difesa del cavallo maremmano

Il maremmano ha quel carattere che negli uomini si chiama "carattere forte"; non vuole la violenza poiché ad essa si ribella con tutte le forze; abbisogna, come tutti i generosi, della mansuetudine, della persuasione, e preso da questo lato se ne fa in poco tempo ciò che si vuole. Ed è purtroppo vero che ciò che può sembrare un difetto del cavallo, non è invece che un difetto di abilità e di pazienza di chi ha la missione di renderlo docile e servibile.

E a corroborare questo mio asserto basteranno questi due aneddoti che mi ricorrono alla mente. Un giorno (anni or sono) alla Scuola di Pinerolo si voleva atterrare, per non so quale ragione, un cavallo maremmano. Applicategli la cavezza di forza ed altri consimili istrumenti, si consegna il cavallo a quattordici (dico 14) maniscalchi onde procedere all'atterramento. Sbalorditivo, ma vero; il cavallo preso con la violenza fece appello a tutta la sua energia e ben presto dimostrò che sapeva aver ben ragione di 14 uomini.

A questa scena si trovava presente il cav. Paderni. Questa nostra gloria, questo magico plasmatore di cavalli e cavalieri, forse disgustato a quella vista pregò di sospendere e di affidare a lui questa belva intrattabile. Il feroce animale non stette che 15 giorni sotto le sue ali protettrici e il quindicesimo giorno egli comparve in maneggio e alla presenza di tutti, con la sola voce fece coricare il cavallo che volentieri si prestò ad una passiva obbedienza.

E non basta! Sempre il cav. Paderni (che allora non si occupava che della scuola di campagna) un giorno alla presenza del generale Morra, in ispezione fece coricare, come usavano fare, e non so se usano ancora, nel Belgio e nell'Hannover, onde proteggere il soldato che spara dietro il corpo del cavallo coricato, otto cavalli della sua ripresa di 22 morelli maremmani che allora aveva. Finita l'ispezione, da qualche benevolo camerata del Paderni fu sussurrato che non c'era nulla di straordinario nell'aver potuto condurre otto maremmani a così passiva obbedienza, poiché egli aveva ben avuto cura di scegliere i più facili di carattere ed i più maneggevoli. Con la divisa dei forti, il cav. Paderni tacque, e si preparò a dare col fatto la più bella smentita a quelle amorevoli insinuazioni. Non trascorse un mese che egli comparve in maneggio con tutta la sua ripresa la quale allo stesso cenno, al medesimo momento tutta si coricò senza che a nessuna di quelle terribili belve balenasse l'idea di ribellione. Semplici, ma istruttivi!! E non si pensi che io chiami a testimoni uomini d'oltre tomba; per nostra grande fortuna il cav. Paderni è ancor vegeto e robusto, e se io mi sono, men che di una linea, discostato dal vero nella esposizione di questi fatti, egli potrà sempre smentirmi.

Pisa, 10 aprile 1900                                                   Carlo Bonucci